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Forse non tutti ricordano che già nella civiltà dell’Antico Egitto molti documenti amministrativi si chiudevano con una frase emblematica: Conservate la mia lettera, affinché in avvenire vi serva come giustificazione. Nel suo atavico formalismo, la burocrazia ha sempre fatto prevalere la forma sulla sostanza, richiedendo una dichiarazione che attesti, certifichi, autorizzi, a prescindere dalla sostanza delle cose.

Come sappiamo, anche la lotta al Covid ha seguito questa impostazione fondando la nostra libertà di circolazione e soggiorno sulle “autocertificazioni” (che in verità erano “autodichiarazioni” perché redatte ai sensi dell’art. 47 del d.P.R. n. 447 del 2000 e non dell’art. 46 del medesimo d.P.R.). Non era importante verificare davvero dove stessimo andando ma che lo dichiarassimo in un modulo in maniera plausibile e conforme al Dpcm del momento.

Allo stesso modo, le riaperture e la nostra estate saranno fondate su un modulo: il pass Covid. Nelle ultime dichiarazioni del presidente Draghi abbiamo capito un punto importante. Non sarà un pass vaccinale, ma un pass Covid. Cioè una attestazione che non voglia soltanto dimostrare che il titolare è stato già vaccinato, ma anche – in alternativa- che sia guarito dal Covid oppure che abbia un tampone negativo. Quindi sarà un pass di cui non beneficeranno soltanto i pochi vaccinati (ad oggi, quasi 15 milioni) o già guariti (ad oggi 3,2 milioni); ma tutti coloro che facciano un tampone, cioè potenzialmente quasi tutti.

Ovviamente si tratta di un pass molto più facile da ottenere, ma che garantisce meno la sicurezza immunitaria, in quanto ricomprende anche i “tamponati” e non solo gli immuni (anche “tamponati”). Condivido la scelta, sia alla luce di evitare disparità di trattamento sia per cercare di contemperare le esigenze sanitarie con quelle economiche e sociali.
Il pass covid così non sarà come l’impossibile “lasciapassare A38” di Asterix e Obelix, ma ci farà vivere una estate più serena e sicura. Così speriamo tutti.

Pass per il Covid o lasciapassare A38? Scrive Celotto

Nel suo atavico formalismo, la burocrazia ha sempre fatto prevalere la forma sulla sostanza, richiedendo una dichiarazione che attesti, certifichi, autorizzi, a prescindere dalla sostanza delle cose

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