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Il rammarico espresso più frequentemente alla conferenza tenutasi ieri alla Luiss Business School era la mancanza di un termine italiano che restituisse la stessa dignità che emana dall’anglosassone civil servant. Non si tratta di un vezzo linguistico, ma di un tratto culturale. Nelle parole del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi, “va recuperato un senso di orgoglio […] Manca l’appartenenza, la voglia di essere al centro del Paese e far sì che la macchina amministrativa funzioni meglio”.

L’incontro, dal titolo “I Civil Servant di cui l’Italia ha bisogno”, era pensato per mettere al centro del dibattito il concetto di “servitore dello Stato” e la sua declinazione al giorno d’oggi. Tema pressante, perché i fondi del Next Generation EU in arrivo sono condizionati a una riforma efficace della pubblica amministrazione.

Ma aldilà di questo si staglia il profilo di un Paese in cui il distacco tra il ceto dirigente e il pubblico va allargandosi, con conseguenze prevedibilmente negative da ambo le parti. Motivo per cui coloro che popoleranno il ceto dirigente domani dovranno essere in grado di risalire alle radici dello sforzo congiunto per il miglioramento del Paese. “Le leadership del futuro o sono collettive o non sono leadership”, ha dichiarato in apertura Luigi Abete, presidente della Luiss.

Gianni Letta, politico di lungo corso e presidente onorario dell’associazione “Davide De Luca – Una Vita per l’Intelligence” (co-organizzatrice dell’evento) ha voluto richiamare gli articoli 54, 97 e 98 della Costituzione che tratteggiano il profilo dei servitori dello Stato, ossia coloro che garantiscono “il buon andamento e l’imparzialità della funzione pubblica” e si pongono “al servizio esclusivo della nazione”.

“L’italia ha bisogno di persone che possano servire l’interesse nazionale sia dentro che fuori la pubblica amministrazione, in quella collaborazione tra pubblico privato che non sempre si riesce ad accordare”, ha detto Letta. “Se ci sono vizi, forse anche la classe dirigente va formata – forse è la cosa che più manca al nostro Paese”.

Eppure nessuno può chiamarsi fuori. Ferruccio De Bortoli, ex direttore e storica firma del Corriere della Sera nonché autore di un libro sull’argomento (Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica, Garzanti) ha fatto notare che il ceto dirigente privato è correo di quello pubblico nell’esercizio di miopia e opportunismo in cui è invischiato il Paese.

Un dirigente privato che manda i propri figli a studiare all’estero è colpevole della stessa mancanza di patriottismo che induce un dirigente pubblico a fare i propri interessi. La vera classe dirigente mette il bene comune davanti alle proprie necessità, ha commentato De Bortoli, e se quella odierna avesse lo stesso tipo di atteggiamento, mettiamo, verso la scuola, “avrebbe messo l’istruzione e il capitale umano al primo posto e non in una posizione assolutamente secondaria”. Cosa che non è avvenuta in tempo di pandemia.

“Il verbo servire si è immiserito, ci si vergogna a usarlo”, ha continuato il giornalista. Ma sta al singolo cittadino mettersi la mano sul cuore e “chiedersi ogni giorno se abbiamo fatto tutto quello che possiamo fare per servire il Paese” – perché solamente in questo modo il ceto dirigente, riflesso della società, può fare un passo avanti.

“Riuscire a coniugare Stato e Paese è uno degli obiettivi” ha commentato Flavio Cattaneo, vicepresidente di Italo, prima di rimarcare l’immensa responsabilità che gli imprenditori devono assumersi durante e dopo la pandemia. Si tratta di “restaurare il capitale umano attraverso la fiducia reciproca tra istituzioni pubbliche e private, ma anche tra privato e privato”.

Grazie agli interventi statali si è registrato un dimezzamento dei fallimenti nelle imprese, che però hanno accumulato il 30% di debito, creando un collo di bottiglia che andrà sfogato. La situazione non è sostenibile se lo Stato deve farsi carico di tutto, ha spiegato l’imprenditore, tocca anche ai privati investire nel Paese e creare le condizioni per far nascere nuove imprese e innescare il recupero economico.

È un’etica di consapevolezza di lavorare non soltanto per la propria azienda ma lavorare per il Paese, ha detto Lucia Calvosa, Presidente di Eni, invitando gli studenti all’ascolto a sfruttare le possibilità tecnologiche per continuare ad apprendere. Ha voluto chiudere ricordando le parole pronunciate da Enrico Mattei nel 1962, alla chiusura dell’anno accademico e poco prima che venisse ucciso: “in momenti di incertezza e di sconforto si troverà motivo, coraggio e incitamento ad andare avanti”. Per lui era un must da seguire, ha detto Calvosa, anche perchè “guardando avanti c’è tanto lavoro da fare”.

Servire lo Stato dopo il Covid. Appunti per l'interesse nazionale dalla Luiss

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