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Un gruppo di grandi esperti statunitensi di sicurezza nazionale ha inviato una lettera al presidente Joe Biden e al segretario di Stato Antony Blinken sottolineando l’importanza del Democracy Technology Partnership Act, una proposta di legge presentata da un fronte bipartisan. Primo firmatario è il senatore democratico Mark Warner, presidente della commissione Intelligence del Senato. Con lui anche i senatori democratici Michael Bennet, Bob Menendez (presidente della commissione Esteri) e Chuck Schumer e i repubblicani John Cornyn, Marco Rubio, Ben Sasse e Todd Young.

LA PROPOSTA

Il Democracy Technology Partnership Act prevede l’istituzione di un ufficio interagenzia all’interno del Dipartimento di Stato incaricato di creare partnership con i Paesi democratici per aiutare a stabilire standard e norme internazionali, condurre ricerche congiunte e coordinare i controlli delle esportazioni e lo screening degli investimenti su tecnologie emergenti e critiche. L’intento è chiaro e dichiarato: fronteggiare la crescente forza tecnologica e l’influenza del Partito comunista cinese e di altri regimi autoritari. “Date le dimensioni della Repubblica popolare cinese e l’entità dei suoi investimenti, gli Stati Uniti non possono da soli proteggere le proprie tecnologie né competere”, si legge.

GLI ESPERTI

Ecco chi sono i firmatari: Ash Carter, capo del Pentagono durante gli ultimi due anni dell’amministrazione Obama; Jim Clapper, per sei anni e mezzo direttore dell’Intelligence statunitense; Richard Danzig, segretario della Marina nell’amministrazione Clinton; Michèle Flournoy, sottosegretario al Pentagono con Obama, fondatrice del think tank Cnas e oggi alla guida di WestExec Advisors, che su Formiche.net abbiamo definito “fucina dei fedelissimi” del presidente Biden; Richard Fontaine, numero uno del Cnas, già consigliere del senatore repubblicano John McCain, con un passato anche al dipartimento di Stato e al Consiglio per la sicurezza nazionale; Stephen Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale durante la seconda amministrazione Bush; Michael Hayden, generale quattro stelle, già a capo della Cia durante l’amministrazione Bush e prima della Nsa durante l’amministrazione Clinton; William McRaven, ammiraglio a quattro stelle, già a capo dello United States Special Operations Command e rettore della University of Texas System, il cui nome compariva tra le possibili scelte di Biden per il Pentagono prima dell’incarico a Llyod Austin. Stephanie O’Sullivan, ex numero due della Cia e dell’Intelligence, grande esperta di innovazione tecnologica, già volontaria nel Transition Team di Biden. Anne-Marie Slaughter, già a capo del Policy Planning Staff, il think tank interno al dipartimento di Stato durante la prima amministrazione Obama.

L’ENDORSEMENT

“Riteniamo che il disegno di legge offra un’idea importante: creare un meccanismo diplomatico per attuare una strategia di sicurezza nazionale, che metta al centro la competizione tecnologica e le partnership internazionali”, scrivono gli esperti nella missiva indirizzata al presidente e al segretario di Stato. “La forza degli Stati Uniti – politicamente, economicamente e militarmente – dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti e dei Paesi democratici like-minded di guidare lo sviluppo e l’implementazione di tecnologie emergenti e critiche”. Poi l’affondo alla precedente amministrazione, quella di Donald Trump, ma forse anche a quelle di Barack Obama: “Negli ultimi anni, con l’indebolimento della leadership degli Stati Uniti, la Repubblica popolare cinese ha intensificato i suoi sforzi per dominare le tecnologie critiche ed emergenti. Il loro approccio ha incluso ingenti sovvenzioni alle aziende cinesi, portare avanti trasferimenti forzati di tecnologia, investire in modo significativo in ricerca e sviluppo, promuovere fortemente l’adozione globale delle tecnologie cinesi e sfruttare gli organismi internazionali di definizione degli standard. Hanno utilizzato internamente queste tecnologie per fini antidemocratici, come la censura e la sorveglianza, ed esportato queste tecnologie, con i loro valori illiberali, all’estero”.

TEMPO DI ALLEANZE

“La tecnologia è globale e supera i confini”, spiegava pochi giorni fa a Formiche.net Rebecca Arcesati, analista del centro studi tedesco Merics. “Il fatto che hardware e software europei e americani diventino strumenti della repressione digitale in Cina e altrove lo dimostra”. L’Unione europea “lo sa molto bene”, continuava Arcesati. Per questo, “sta lavorando a un nuovo quadro di controllo delle esportazioni per le tecnologie di sorveglianza e sta anche pensando più seriamente ai controlli sulle importazioni”, aggiungeva. E se, come spiegava Arcesati, tra le ragioni dell’“urgenza di un migliore coordinamento” c’è il fatto che a fronte di comuni preoccupazioni le democrazie leader nel settore tecnologico non abbiano canali adatti per affrontarle in maniera collettiva, allora la proposta di legge statunitense non può che assumere la forma di un ramoscello d’ulivo verso – oltre che l’Indo-Pacifico – l’altra parte dell’Atlantico. La nostra.

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