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Giuseppe Conte l’ha combinata grossa e ora Mario Draghi deve metterci una pezza. Sul Recovery Plan (un mese e dieci giorni alla scadenza per la consegna del piano a Bruxelles) il precedente governo ha fatto errori grossolani, quelli da matita blu. Almeno tre, dice a Formiche.net, Giorgio La Malfa, economista e ministro del Bilancio nei primi anni Ottanta (governi Cossiga, Forlani e Spadolini), oggi animatore della Fondazione intitolata al padre Ugo.

Uno è non aver immaginato immediatamente un governance per il Recovery, l’altro è non aver riformato per tempo la Pa (qui l’intervista all’economista e docente Marina Brogi). E ce ne è un terzo. Aver trasformato il Recovery Plan prima versione in una lista della spesa. Risultato, sei mesi buttati e doppio lavoro, adesso, per Draghi.

La Malfa, tra quaranta giorni da Roma dovrà partire la bozza definitiva del Recovery Plan. Quella che, per intendersi, non si potrà più modificare. Il governo punta su governance in house e riforme. Lei che ne pensa?

L’audizione del ministro dell’Economia, Daniele Franco, è stata eloquente e assolutamente condivisibile, nel delineare una governance su due livelli, di cui uno completamente interno al Mef. Il problema è che questa accelerazione verso un assetto idoneo arriva terribilmente tardi. E questo perché il governo Conte ha commesso due errori madornali nell’impostazione e nella preparazione del piano italiano di utilizzazione dei fondi del Next Generation Eu.

Sarebbero?

Il primo è nel non aver risolto il problema della governance a monte di tutta l’operazione e cioè di non aver stabilito un assetto convincente e funzionale già dallo scorso maggio. E questo nonostante la stessa Ue avesse inserito la governance tra le condizioni per poter accedere al piano di aiuti. L’altro errore è se possibile ancora più grave. All’indomani dei cosiddetti Stati generali dell’economia, il governo inviò una lettera alle amministrazioni pubbliche, nella quale veniva loro chiesto di presentare dei progetti, specificando alcuni requisiti poco più che formali. Questa scelta ha trasformato il piano in una raccolta di progetti che rispondevano non a un’idea o più idee di fondo sulle trasformazioni che l’Italia avrebbe dovuto apportare alle sue strutture economiche, bensì alle aspirazioni e ai bisogni delle singole amministrazioni.

Insomma, La Malfa, la lista della spesa. 

Sì. È scomparsa l’idea stessa di un piano, per divenire un elenco dei desiderata delle varie amministrazioni. Se poi ci aggiungiamo anche la mancata riforma della Pubblica amministrazione ecco che la frittata è fatta. Abbiamo buttato sei mesi, da giugno a dicembre scorso.

Alt, qui la fermo. Il governo Draghi ha assicurato di voler intervenire sulla Pa, con una riforma profonda.

Sì, ma dovrà farlo in fretta e furia, con una logica di emergenza. Draghi deve rimediare in corsa agli errori del passato. È chiaro che ciò che è stato fatto o non è stato fatto dallo scorso maggio ad oggi condiziona pesantemente il governo attuale, chiamato a correggere radicalmente un’impostazione carente. Non è un quadro rassicurante. E poi, mi scusi, diciamo che la riforma della Pa parta domani. Lei crede che avremmo il tempo di portarla a termine prima che arrivino i primi fondi dall’Europa?

No, non lo credo. Ma un miracolo è sempre possibile. A questo punto che cosa si rischia?

Il problema oggi è che abbiamo una Pa assolutamente non all’altezza del compito, che non è nemmeno in grado di spendere e far funzionare i fondi strutturali europei, quelli che ben conosciamo. Questo è il punto. La sfida vera sarà capire se la burocrazia del ministero X funzionerà, servirà un controllo rigidissimo.

Il ministro Franco, ha immaginato un secondo livello di governance, oltre a quello centrale presso il Mef. Una pattuglia di funzionari fidati presso ogni ministero. Eccolo il controllo rigido che chiede. O no?

Il governo è costretto a immaginare la costituzione nelle varie amministrazioni di gruppi di funzionari chiamati a rendere spedite le procedure. In sostanza, si tratta di introdurre con un decreto legge un commissariamento sostanziale delle amministrazioni pubbliche e va bene. Ma siamo certi che basterà un piccolo nucleo di funzionari dedicati e volenterosi sostenuti da una specifica norma di legge per superare le resistenze delle strutture ordinarie dei ministeri?

La Malfa, se il Recovery Plan dovesse trasformarsi in un fallimento, di chi sarà la colpa?

Non certo di Mario Draghi, guai solo a pensarlo. L’attuale premier si trova a dover raddrizzare un progetto sballato, mica è colpa sua. A un mese dal traguardo non si può dire che bisogna ricominciare daccapo, si può solo rimediare agli errori fatti nei mesi scorsi. E le dirò di più, non sono nemmeno tanto sicuro che lo stesso Draghi ci riesca. Ma vale la pena tentare.

Parliamo dei vaccini e delle chiusure in atto. Le ennesime. Da uomo qualunque, che ne pensa?

Difficile farsi un’idea. C’è un problema sanitario, un problema grosso. Io onestamente non capisco una cosa: se ci sono pochi vaccini o se c’è un problema logistico. Però la conclusione è questa. O vaccini tutti o non se ne esce. Non ci sono scorciatoie.

E le imprese? I ristori sono all’ultimo giro, poi i soldi a deficit saranno finiti. E poi?

Non mi stupisce che Draghi sia prudente e prima di arrivare a un lockdown mi pare ci stia pensando bene. Sa perfettamente che le imprese non possono sopportare altre chiusure totali. Altrimenti, se non ne fosse conscio, avrebbe già chiuso tutto, di nuovo.

Sul Recovery Plan l'ipoteca di Conte e dei suoi errori. Ma Draghi... Parla La Malfa

L’economista ed ex ministro del Bilancio: lo scorso governo ha commesso errori madornali su governance, Pa e progetti e ora il premier deve rimediare in fretta e furia. Non è detto che vi riesca, sono stati buttati sei mesi. Una cosa è certa, se il Recovery Plan fallirà, non sarà colpa di Draghi

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