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Nella serata del 2 novembre, in un giorno che in tutto il mondo è dedicato alla commemorazione dei defunti, il centro di Vienna è stato sconvolto da un attacco terroristico che ha provocato 4 morti e 17 feriti. Nelle vicinanze della sinagoga della capitale austriaca due uomini armati di fucili e pistole hanno sparato sulle persone che affollavano le strade e le birrerie nell’ultima serata “libera” prima del lockdown e del coprifuoco imposti dalla diffusione della pandemia da Covid 19.

Uno degli attentatori è stato ucciso dalle forze dell’ordine, mentre l’altro è attivamente ricercato, insieme a eventuali complici, da un imponente schieramento di polizia. L’azione non è stata rivendicata ma le Autorità sono certe che si tratti dell’ennesimo attentato islamista, sulla scia degli tensioni che sono scoppiate in Francia dopo la decapitazione del professor Samuel Paty e della successiva strage di Nizza.

Il 16 ottobre scorso il quantasettenne professore francese è stato aggredito in strada in un paesino a 35 chilometri a nord di Parigi da un giovane di origini cecene, naturalizzato francese, Abdoullah Anzorov, che armato di un affilato coltellaccio lo ha decapitato con una professionalità da killer.

Il professore era “colpevole” di aver esibito in classe le vignette su Maometto pubblicate dalla rivista satirica Charlie Hebdo, alla fine del 2014, e che per questo aveva visto molti suoi redattori cadere sotto i colpi di mitra dei Jihadisti il 7 gennaio del 2015. Il professor Paty eveva voluto mostrare le vignette ai suoi alunni, per spiegare che “Libertè” in Francia significa anche libertà di satira.

L’iniziativa ha provocato la reazione di studenti mussulmani e dei loro genitori, con proteste su Facebook che hanno attirato l’attenzione del franco-ceceno Anzorov, grazie anche a un giovane “Giuda” (forse un allievo del professor Paty) che per 300 euro (i nuovi “trenta denari”) ha accettato di indicare il professore mentre a piedi tornava a casa dopo le lezioni.

L’episodio ha giustamente indignato e sconvolto tutta la Francia. Pur distratto dalla Pandemia, il presidente Macron non ha esitato a condannare non solo il brutale omicidio ma anche chi, all’ombra di Maometto, in Francia soffia sul fuoco dell’islamismo radicale allo scopo di eccitare gli animi dei giovani mussulmani che pensano di convertire la rabbia per l’emarginazione sociale ed economica in lotta religiosa. Alle parole sono seguiti i fatti: le forze di sicurezza francesi hanno attivato indagini e perquisizioni in tutti gli ambienti salafiti di Francia, ambienti nei quali trecento Imam provenienti dalla Turchia dettano legge.

Le parole di Macron e le reazioni delle forze di sicurezza francesi hanno scatenato l’ira per presidente turco Tayyp Recep Erdogan, che non ha esitato a definire il collega francese “un mentecatto” e ad accusare Parigi di trattare i mussulmani in Francia come gli ebrei venivano trattati nella Germania di Hitler.

Se si fosse rimasti nei limiti delle parole – anche se ben al di fuori dei confini della correttezza istituzionale – la lite Macron-Erdogan si sarebbe potuta risolvere con una baruffa diplomatica, ma le parole di Erdogan hanno fatto di più che irritare il presidente francese. Esse hanno acceso e legittimato reazioni estremiste e jihadiste in tutta Europa, con ulteriori gravissime ripercussioni.

Il 29 ottobre a Nizza, nella cattedrale di Notre Dame, un giovane tunisino proveniente dall’Italia, approdato da clandestino sulle coste siciliane da poche settimane, ha ucciso tre persone al grido di “Allah akhbar”.

È evidente come la strage di Nizza , così come quella di Vienna, siano da ascriversi a una forma di “terrorismo indotto”, un fenomeno che ha sempre visto in passato singoli individui o micro gruppi trasformarsi in terroristi “per induzione”, sulla spinta, cioè, di tensioni congiunturali o di appelli alla mobilitazione, interpretati come inviti all’azione.

Come non vedere in Erdogan il mandante morale delle stragi di Nizza e di Vienna?

Il portavoce del presidente turco, dopo che Parigi aveva richiamato il proprio ambasciatore in Turchia per reazione agli insulti e alle minacce di Erdogan, ha diffuso una nota ufficiale nella quale nella quale si prendevano le difese del “mussulmani in Europa” con queste parole: “I mussulmani non se ne andranno per colpa vostra. Noi non volgeremo l’altra guancia quando voi ci insultate. Noi difenderemo noi stessi e i nostri fratelli ad ogni costo”. Parole che non sono comparse sui social media islamisti, ma sono state diffuse in un comunicato ufficiale della presidenza della repubblica turca.

Dopo la strage di Nizza, il ministero degli esteri turco ha diffuso un comunicato di condanna dell’attentato e di solidarietà alla Francia.

Da Erdogan, neanche una parola.

Eppure il presidente turco conosce bene il valore delle parole. Agli albori della sua folgorante carriera politica, come primo sindaco islamista di Istanbul, si distinse immediatamente con la proibizione della vendita di alcolici in tutti i locali pubblici della città.

Per sottolineare, in quella che allora era ancora la laica repubblica parlamentare turca, l’allora sindaco di Istanbul pubblicò un poemetto in cui si potevano leggere le seguenti parole: “Le moschee sono le nostre caserme. Le cupole sono i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i credenti sono i nostri soldati”.

Queste parole costarono care a Erdogan: accusato di aver violato le leggi sulla laicità dello Stato e di aver incitato alla violenza religiosa, venne costretto a dare le dimissioni da sindaco della Capitale e condannato all’interdizione dai pubblici uffici e a quattro mesi di prigione (senza condizionale).

Come si vede le autorità della Turchia laica e illuminata costruita da Kemal Ataturk, dopo la dissoluzione dell’impero ottomano, seppero reagire con durezza alle pulsioni islamiste di un personaggio pubblico.

Un personaggio che è riuscito sempre a risorgere fino a conquistare nel 2002 una sonante vittoria alle elezioni politiche generali con l’AKP, il “Partito della Giustizia e dello Sviluppo”, dal lui stesso fondato nel 2001, con lo scopo di ricondurre la Turchia sulla retta via di una Repubblica islamica, abbandonando il secolarismo kemalista che, tra l’altro, aveva visto la Turchia essere il primo (e, per molti anni, il solo) Stato a maggioranza mussulmana riconoscere fin dal 1949 lo Stato di Israele.

Primo Ministro per tre mandati consecutivi, Erdogan si è distinto per il piglio sempre più autoritario e per lo spregiudicato attivismo in politica estera:

Agli inizi della rivolta in Siria e della conseguente guerra civile nel 2011, Erdogan ha giocato in modo spregiudicato sulle disgrazie del governo di Damasco, finanziando e rifornendo di armi sia i gruppi della “Syrian Liberation Army” che le milizie del Califfato. Soltanto l’intervento della Russia di Putin nel 2013 ha scongiurato la vittoria dell’Isis e delle milizie islamiste contro le forze di Assad e frustrato il sogno di Erdogan di diventare il signore dello scacchiere.

Il sogno dura tutt’ora.

Scampato, nel 2016, a un golpe maldestro e disorganizzato, ne ha approfittato immediatamente per gettare in prigione centinaia di oppositori politici e di giornalisti controcorrente e per promuovere una riforma costituzionale che ha trasformato la repubblica parlamentare turca in una repubblica presidenziale a forte impronta autoritaria e governata da regole ritagliate su misura per lui che gli garantiscono la possibilità di restare al potere per i prossimi quindici anni.

Da quando ha deciso di intervenire in Siria, con la scusa di contenere le milizie curde che da sole coraggiosamente combattevano conto lo Stato Islamico, l’attivismo internazionale di Erdogan non ha più avuto limiti.

Anche se l’avventura siriana non è andata a buon fine- la Turchia si deve accontentare di mantenere il controllo di un’area cuscinetto al confine. Erdogan ha inanellato una serie di iniziative spregiudicate e potenzialmente pericolose per la stabilità internazionale.

Ha tentato di inviare carichi di armi ai palestinesi di Hamas nella striscia di Gaza; ha mantenuto contatti con gli islamisti della “Syrian Liberation Army” e con i superstiti dell’Isis che occupano, con l’aiuto turco ancora l’enclave siriana di Idlib, reclutandone centinaia come miliziani mercenari da spedire nelle aree calde di suo interesse geopolitico e strategico; è intervenuto pesantemente in Libia a sostegno del debole governo di Tripoli e delle milizie di Misurata, dichiaratamente islamiste, in contrapposizione al generale Haftar e al governo di Tobruk, sostenuti da Francia, Egitto e Russia; ha riattizzato, senza ragioni apparenti, il conflitto nel Nagorno Karabakh, convincendo i mussulmani azeri ad attaccare-nello scorso mese di settembre- i cristiani armeni della regione, sostenuti dai russi e dall’occidente; manda navi militari al largo di Cipro, rivendicandone il possesso grazie alla micro repubblica turca locale, e rivendica il controllo della piattaforma continentale occupata anche da isole greche, potenzialmente ricca di gas.

Tutte queste, è bene sottolinearlo, sono iniziative di un Paese membro dell’Alleanza Atlantica.

Anche se la Nato negli ultimi anni ha visibilmente perso vigore e importanza, al suo interno è attivo il “Comitato Speciale Nato”, un organismo silenzioso ed efficiente cui aderiscono i Servizi segreti di tutti i paesi membri dell’alleanza, che opera come centro di scambio e di diffusione di notizie sensibili nel campo del controspionaggio e dell’antiterrorismo.

Il MIT, il servizio segreto turco, è membro storico ed efficiente del “Comitato Speciale” e riceve, in automatico, tutte le notizie e le informazioni condivise dai servizi dei paesi membri. Questo nonostante il governo turco abbia provati e noti collegamenti con jihadisti dell’Isis e di Jabhat Al Nusra, la formazione più pericolosa della “Syrian Liberation Army”.

Quante informazioni Nato finiscono oggi, tramite il MIT, ai jihadisti?

Siamo oggi sicuri della saggezza di mantenere rapporti così delicati con il Servizio di un Paese che, spinto dal suo leader, sembra preda di un’inarrestabile deriva islamista?

Il valore, ormai datato, della base aerea di Incirlik giustifica l’arrendevolezza dell’occidente di fronte alle mosse sempre più spregiudicate e aggressive di Erdogan?

Sembrano domande retoriche, la cui risposta dovrebbe essere una serie perentoria di “No”.

Eppure Nato ed Europa (per non parlare dell’Italia, silente e assente) forse distratte dalla pandemia non sembrano disposte a contrastare un uomo che l’allora presidente turco Demirel definiva “capace di tutto”.

Il presidente Macron ha richiamato l’ambasciatore da Ankara dopo le parole sconsiderate di Erdogan sulla “persecuzione” dei mussulmani in Francia.

Dall’Europa, dalla Nato e dall’Italia neanche un sussurro.

Certo sono lontani i tempi di Fanfani, Mattei, Andreotti e di altri giganti della politica e dell’imprenditoria d’Europa quando con un’efficiente “back bench diplomacy” il nostro Paese giocava con intelligenza su tutti gli scacchieri del Mediterraneo.

Oggi sembrano i tempi del silenzio imbarazzato.

Mentre Erdogan si fa forte delle nostre debolezze.

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