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Il 20 settembre, esattamente 150 anni dopo Porta Pia, data simbolo dell’avvenuta unificazione, l’Italia ha l’occasione di riscoprire gli ideali ed i valori del Risorgimento, la libertà individuale e la libertà nazionale, il perseguimento del bene collettivo senza dividersi su un referendum insignificante che, nell’uno e nell’altro caso, produrrebbe altrettanto insignificanti risultati.

Gli italiani sono chiamati a votare su un referendum che non riguarda una riforma complessiva del sistema costituzionale ma ad esprimere un voto su una legge approvata sull’onda del populismo demagogico e come scambio tra due partiti per dare il via libera alla formazione del governo Conte Bis. Come ho sempre fatto in occasione dei referendum voterò con razionalità, senza alcuna pregiudiziale e soprattutto senza alcuna emotività. Spero che il mio ragionamento risulti logico e conseguente alla scelta che andrò a fare.

Della riduzione del numero dei parlamentari si discute in Italia ormai da decenni e si è votato più volte, senza però nessun risultato concreto. La legge che dovremmo confermare o bocciare il 20 settembre è stata approvata a grandissima maggioranza da un Parlamento succube della demagogia anti casta e rivendicata come grande vittoria da un esultante Movimento 5 Stelle, mentre tutti gli altri partiti che l’hanno votata in Parlamento, in questi giorni, sono in grande imbarazzo.

Ma entriamo nel merito partendo dalle motivazioni addotte per approvare o rigettare la legge.

Ai sostenitori del Sì dico che è troppo semplicistico motivare il taglio dei parlamentari per far risparmiare a ciascuno di noi 80 centesimi all’anno, è troppo semplicistico affermare che serve a dare più efficienza al Parlamento e ai processi legislativi o, come fa il Pd, che è un primo passo verso una riforma generale del sistema con la riforma del bicameralismo.

Sicuramente più credibili sembrano le motivazioni dei sostenitori del No. A loro avviso il taglio dei parlamentari mette a rischio la democrazia ma io sono convinto che non è la quantità dei parlamentari che determina il tasso di democraticità di un Paese, semmai la loro qualità e  quella delle leggi che approvano. Ed entrambe le caratteristiche non appartengono più alla legislazione di questo Paese sovraccarico di una normativa incomprensibile anche a tecnici esperti, scritta malissimo, da una classe politica in gran parte con competenza pari a zero.

La tesi più suggestiva, che mi piace approfondire, è quella che riguarda la limitazione della rappresentanza popolare.

È un argomento molto delicato soprattutto per uno come me che ha trascorso la sua vita in uno dei cosiddetti partiti minori che rappresentavano il fiore all’occhiello del Parlamento nato con la Costituzione e che hanno scelto di suicidarsi sostenendo in una isteria collettiva i referendum di Segni, il primo del 1991 che ha abolito la preferenza multipla, il secondo del 1993 che ha abrogato la legge elettorale del Senato. Addirittura i radicali spingevano per un sistema uninominale all’inglese.

Il combinato disposto di quei referendum e della vicenda “Mani pulite” ha spazzato via dalla scena politica italiana tutti i partiti della cosiddetta prima Repubblica. Quindi non si capisce perché quegli stessi esponenti oggi gridino alla mutilazione della rappresentanza democratica, quando anche negli anni successivi hanno continuato ad opporsi al ritorno al sistema proporzionale dando vita nel 2010 al cosiddetto “Manifesto per l’uninominale”. Quindi chi è “causa del suo mal pianga sé stesso”.

Prima di allora era tutto diverso. Mi ricordo ancora il fascino delle campagne elettorali a fianco del candidato, alla ricerca del voto, setacciando palmo a palmo il territorio ed entrando nelle case di tutti gli elettori. Era sempre una grande emozione soprattutto quando arrivava il risultato elettorale positivo. Ma si veniva da lontano, da una selezione a volte molto dura fatta dopo un lungo percorso di formazione nelle sezioni di partito che erano  vere e proprie fucine di preparazione e spesso anche dopo varie esperienze amministrative.

La gran parte dei parlamentari venivano eletti nei territori ove vivevano o svolgevano prevalentemente la propria attività e quindi l’elettore con il voto di preferenza  poteva scegliere un candidato piuttosto che un altro. Il rapporto aperto in campagna elettorale durava per tutta la legislatura ed i parlamentari attivavano propri uffici nei collegi di elezione per rimanere in continuo contatto con  i propri elettori. Tale sistema consentiva a tutti i partiti di essere rappresentati ed il Parlamento era la fotografia perfetta della volontà dei cittadini.

Dopo il referendum del 1993, il Parlamento ha approvato la legge elettorale cosiddetta “ Mattarellum” che, pur mantenendo un 25% di quota proporzionale con liste bloccate, introduceva il sistema elettorale maggioritario che ha decimato la rappresentanza parlamentare tanto che addirittura nel 2001 né la Lega Nord né la lista Di Pietro con quasi un milione e mezzo di voti ciascuno sono riusciti ad eleggere alcun deputato. Ed anche se apparentemente  si riusciva con i collegi uninominali a garantire un minimo di conoscenza tra eletti ed elettori, tendenzialmente più che i candidati si votavano i simboli dei partiti.

Il sistema uninominale ha inciso profondamente nelle modalità di formazione delle liste elettorali e di conseguenza del Parlamento e ha favorito la nascita dei partiti personali che, addirittura, sotto il simbolo riportavano il nome del leader. Berlusconi  è riuscito in pochi mesi a costruire il suo partito e vincere una campagna elettorale che più che nei territori si è svolta in televisione. Sull’onda berlusconiana, e grazie al nuovo sistema, in Parlamento sono stati eletti personaggi sconosciuti senza nessuna esperienza politica alle spalle, ma soprattutto senza nessuna base elettorale di riferimento, scelti praticamente tutti dal centro.

Da quel momento gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare un candidato scelto da loro o comunque integrato nel territorio, come invece continua ad essere per la elezione dei consiglieri regionali. Venendo meno quel raccordo essenziale tra eletti ed elettori è aumentata la disaffezione nei confronti della politica. Neanche quando, abrogata la legge Mattarella, nel 2005 si è passati ad un sistema proporzionale corretto  che confermava però le liste bloccate. Questa caratteristica, che impedisce all’elettore di scegliere il proprio candidato, è stata conservata nelle successive leggi elettorali ed è tuttora vigente anche se la Corte costituzionale l’ha tacciata di violazione dei diritti individuali degli elettori.

Il cittadino elettore è stato completamente esautorato dei suoi diritti e da 25 anni ormai non sa più chi sono e quanti sono i parlamentari eletti nel suo territorio. Non li conosce perché quando va a votare, mette il segno su un simbolo e non sul nome di un candidato. E quando anche volesse leggere le liste si ritroverebbe dei perfetti sconosciuti la cui elezione viene garantita dai vertici del loro partito con le capolisture, in una sorta di vera e propria cooptazione.

E allora di quale rappresentanza stiamo blaterando?

Quel principio fondativo della Repubblica è stato violentemente leso al punto da chiedere se non sia invece il caso di modificare l’articolo 1 della Costituzione  che vuole che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Con il suffragio universale gli individui da sudditi si sono emancipati a cittadini, ma una metà degli italiani ha rigettato questa evoluzione democratica non partecipando al voto, mentre gran parte dell’altra metà da anni non riesce a votare una proposta politica decente che rappresenti le libertà individuali, i sogni dei giovani, le aspirazioni dei disoccupati, gli interessi collettivi, ma una politica urlata da clown eretti a statisti e teleguidati da internauti. Quindi per l’elettore non fanno alcuna differenza né i numeri dei parlamentari, né le soglie di accesso.

E la sola preoccupazione dei partiti, interamente al servizio di interessi politici e finanziari di pochi individui, è quella di nominare decine di persone, spesso senza arte né parte, reclutate in modo molto discutibile, private dei loro sentimenti, della capacità di libero arbitrio, che verranno accatastate come truppe in attesa di ordini dei loro generali in una istituzione che fa solo da comparsa, ormai esautorata nelle proprie funzioni e competenze da un’altra istituzione, il governo, che negli ultimi anni è stato guidato e composto da persone che a quel tipo di reclutamento non hanno nemmeno partecipato.

La crisi della credibilità delle istituzioni rende pertanto inutile un quesito referendario che riduce un organismo che nella sostanza non rappresenta più nessuno. Cerchiamo quindi di non confondere il sacro con il profano, la democrazia rappresentativa con l’insipienza politica di comitati politici di affari a cui si è demandato l’esercizio del potere che ha fatto venir meno la concreta attuazione del diritto positivo di cui gode ogni cittadino.

Gli italiani vorrebbero una classe politica migliore del popolo che rappresenta, composta da individui liberi nei pensieri e nelle azioni, che sia in grado di sintonizzarsi con il sentire popolare. Vorrebbero che ogni loro sforzo, ogni idea, ogni desiderio non siano vanificati  dalla corruzione e dagli sperperi, dall’ignoranza e dalla bolgia generale creata ad arte per fare confusione perché “il caos è nella nostra natura”. Vorrebbero che la politica riscopra i valori della moralità, del servizio ai cittadini, del rispetto delle regole, della tutela dei più deboli.

La vera mobilitazione degli italiani dovrà avvenire su questi obiettivi per  promuovere la rigenerazione della Repubblica soprattutto attraverso l’affermazione della primazìa dei doveri nei confronti della nazione sui propri diritti e quindi alla ricostruzione delle regole repubblicane.

Perché dico si al taglio dei parlamentari. L'opinione di Torchia (Repubblicani)

Di Franco Torchia

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