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Nel bel mezzo delle tensioni montanti tra Stati Uniti e Cina, Taiwan continua ad essere l’epicentro dello scontro tra le due superpotenze. Domenica il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha messo in guardia Washington, e in particolare quello che viene percepito come il circolo dei più acerrimi falchi anti-Pechino, dal precipitare le relazioni tra i due Paesi in una “nuova guerra fredda” che potrebbe avere drammatiche conseguenze sulla stabilità, economica e geopolitica, globale. Tra le tante questioni che scottano, il destino dell’isola la cui riunificazione con la Cina viene descritta come “un trend della storia”.

È infatti una narrazione consolidata quella dell’identificazione della Cina, o meglio del Partito Comunista Cinese, con il concetto di modernità in questo secolo. Una modernità che corre soprattutto lungo la frontiera tecnologica. Parte di questa auto-rappresentazione è sicuramente dovuta alla pianificazione strategica che vorrebbe Pechino assumere la leadership nell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture del 5G e in altri settori hi-tech grazie agli obiettivi fissati con nuovi investimenti per Made in China 2025 e, soprattutto, con la volontà di guidare gli standard nei settori che più avranno un impatto nell’economia digitale. Anche qui la Cina vuole dettare la linea. Come? Si tratta di “China Standards 2035”, un piano che ha avuto inizio nel 2018 sotto la supervisione della General Administration of Quality Supervision, Inspection and Quarantine (AQSIQ) e ideato dalla Chinese Academy of Engineering. Anche se non è ancora stato rilasciato ufficialmente, si tratterebbe di un altro significativo passo da parte del Dragone per dare forma all’industria tecnologica globale. “Gli standard tecnici non sono una questione semplicemente astrusa”, ammonisce Elsa Kania del Center for a New American Security (CNAS) in un’intervista alla CNBC, “ma un modo concreto per dare forma al campo da gioco e al contesto per il futuro di queste tecnologie” dal momento che il controllo degli standard “può influenzare l’architettura dei vantaggi e degli svantaggi delle aziende”.

Il tentativo di Pechino, da questo punto di vista, andrà interpretato come un modo per svincolarsi dagli standard tecnici imposti dalle compagnie tecnologiche straniere, dal momento che la Cina è il secondo Paese al mondo per numero di licenze acquistate. “Fino ad ora il settore è stato dominato ampiamente da Stati Uniti, Europa e Giappone”, come rileva un report dell’Ifri, “ciò nonostante, al crescere della capacità [della Cina] di promuovere innovazioni cruciali in misura crescente in settori tecnologici emergenti – come testimoniato dai suoi successi nel campo del 5G e dalle sue ambizioni nell’intelligenza artificiale – crescerà di conseguenza la sua capacità di trasformare il panorama internazionale della standardizzazione anche in relazione ai suoi interessi”.

China Standards 2035, dunque, rappresenterà un’offensiva concepita nel lungo termine per ribaltare questa situazione e fare del Paese un beneficiario netto delle licenze. Ma non si tratta soltanto di un’iniziativa con risvolti commerciali. È a tutti gli effetti, proprio per la natura duale di molte tecnologie (come il 5G), un tentativo che ha profonde implicazioni dal punto di vista securitario. “Più gli standard tecnici e tecnologici verranno definiti da Pechino, più i dati diventeranno soggetti alle varie policy d’accesso e di localizzazione dettata dal governo cinese”, spiega sempre a CNBC Nathan Picarsic, co-founder di Horizon Advisory.

La battaglia per gli standard e le licenze, dunque, è destinata a diventare un altro fronte caldissimo nella guerra tecnologica, soprattutto con il crescere delle tensioni tra Usa e Cina e della tendenza a politicizzare molte delle questioni relative al settore tecnologico. Secondo gli analisti, questo approccio non potrà che favorire l’emergere, nel lungo termine, di una biforcazione degli standard globali, soprattutto a livello industriale. Negli Stati Uniti, questo è già avvenuto con l’imposizione di regole ferree che richiederanno ai produttori di microchip che utilizzano tecnologia statunitense una licenza per poter vendere a Huawei, anche se una vera e propria strategia non è stata ancora definita. Il timido tentativo di istituire un panel di discussione in seno alla U.S-China Economic and Security Review Commission è stato cancellato in marzo, per via dell’aggravarsi della situazione sanitaria.

Ed è nell’intersezione tra la lotta sulle licenze e la capacità produttiva che il destino di Taiwan torna prepotentemente in auge. Più che un destino già scritto, l’annessione dell’isola è un obiettivo geopolitico ancora tutto da raggiungere, soprattutto per l’importanza di Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) nella produzione di microchip, componenti essenziali delle supply chain tecnologiche moderne. “Non è un’esagerazione ritenere che chi dominerà il know-how per la produzione e il design dei microchip sarà un passo avanti nella frontiera tecnologica”, scrive Jane Li su Quartz. Tuttavia, come dimostrato da un rapporto della Brookings Institution, da un lato la Cina rimane ancora palesemente un passo indietro rispetto ai competitor stranieri nella produzione dei microchip (la cinese SMIC ha di recente lanciato il nuovo piano per la produzione di chip da 14 nanometri, quattro anni indietro rispetto a Intel e Qualcomm), dall’altro rimane fortemente vincolata a Stati Uniti, Giappone e Olanda per l’acquisto di attrezzature cruciali per continuare “a sviluppare o mantenere stabilimenti avanzati per la produzione di chip nel prossimo futuro”.

Il recente annuncio di TSMC della prossima apertura di uno stabilimento in Arizona dal valore di 12 miliardi di dollari, come raccontato da Formiche.net, pare essere più un regalo simbolico all’amministrazione Trump, dal momento che il colosso taiwanese difficilmente potrà rinunciare al mercato cinese che rappresenta, seppur in misura minore rispetto a quello statunitense e giapponese, una buona fetta della sua rendita. “Davvero l’azienda vorrà rischiare di perdere tutti i suoi clienti cinesi, non solo Huawei, o di essere esclusa dal mercato cinese per una mossa simbolica come questa? Probabilmente no”, ha confermato Bryan Mercurio, esperto di Diritto commerciale internazionale presso la Chinese University di Honk Kong.

L’inasprirsi della competizione tecnologica tra Usa e Cina, dunque, sembra relegare Taiwan nelle mani delle due superpotenze e ad un ruolo subordinato. Tuttavia, l’emergenza sanitaria ha in realtà dimostrato la virtuosità del suo modello nel combattere il coronavirus. Come raccontato su Nikkei Asian Review, da netto importatore di mascherine, il paese è riuscito in un solo mese a costruire un’efficace industria nazionale per la produzione di materiale sanitario dopo aver registrato i primi contagi a gennaio. Che questo modello possa funzionare anche in settori tecnologici e strategici? Le recenti dichiarazioni del Chief Economic Planner del governo taiwanese, Kung Ming-hsin, sembrano confermarlo come riportato dal Financial Times: sulla scia della crisi sanitaria, “i governi europei e degli Stati Uniti hanno iniziato ad immaginare ad una rinnovata politica industriale e a considerare il concetto di campioni nazionali”. Dunque, è tempo che anche l’isola, come ricordato dal Presidente Tsai Ing-wen introducendo la sua agenda politica per il suo secondo mandato presidenziale, “utilizzi la sua domanda interna, in particolare dal settore pubblico e dalle necessità di sicurezza nazionale, come motore per il [suo n.d] sviluppo industriale”.

Con il governo di Taipei che continua a supportare la causa democratica ad Hong Kong, aggiungendo così un altro elemento d’attrito con Pechino e confermando il progressivo allineamento con Washington, e ora rilancia una politica industriale maggiormente integrata con le esigenze di sicurezza nazionale, è possibile che l’asse Usa-Taiwan-TSMC possa rappresentare, nella visione degli analisti di FitchRatings, “il primo step nella costruzione di una supply chain tecnologica americana davvero autonoma”. In questo modo, è probabile che queste dinamiche porteranno la Cina a concentrare le risorse sullo sviluppo di un’industria dei microchip autosufficiente nel lungo termine e a promuovere in futuro standardizzazione e vendite in mercati emergenti e meno sottoposti al rafforzarsi dell’asse Usa-Taiwan.

 

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Di Alberto Prina Cerai

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