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In questi giorni si parla di nuovo di Digital Tax. Dati di Mediobanca pubblicati il 27 novembre segnalano che nel 2018 i 15 big del web e del software con una filiale nel nostro Paese hanno lasciato al fisco italiano solo 64 milioni di euro. Ritorna quindi in primo piano il problema di aziende che preferiscono pagare milioni in transazioni bancarie per spostare ricavi in giurisdizioni a fiscalità minore piuttosto che pagare le tasse.

Dopo che Francia e Regno Unito hanno introdotto unilateralmente una Taxe Gafa e una Digital Services Tax, anche in Italia la situazione si sta muovendo. In questa nuova manovra, come già in quella del 2018, si prevede una web tax. Al momento al vaglio delle Camere, consiste in un’applicazione automatica di un’aliquota del 3% ad aziende con ricavi superiori a 750 milioni e ricavi da servizi digitali non inferiori a 5,5 milioni, con una sunset clause che prevede la cessata applicazione dell’aliquota in caso di accordo internazionale.

È proprio nell’attesa di un accordo internazionale che l’anno scorso si era bloccata l’applicazione della web tax italiana. Circa due anni fa la Commissione Europea ha discusso una proposta di Digital Service Tax europea. Il disegno presentato prevedeva un’aliquota del 3 per cento che le aziende digitali avrebbero dovuto pagare sul proprio fatturato, e avrebbe dovuto generare 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive. Il progetto è tuttavia naufragato a causa del blocco di alcuni Paesi membri, come l’Irlanda e il Lussemburgo, che hanno fatto di questa leva fiscale uno strumento di competitività strategica per la loro crescita. Il blocco è stato possibile a causa della regola dell’unanimità che vige per le decisioni europee su questioni di tassazione.

Il mese scorso, invece, dopo lunghe trattative, l’Ocse ha infine pubblicato una nuova proposta di tassazione per le multinazionali (non solo digitali) che sembra essere più condivisa che in cosultazione pubblica. È basata su due pilastri: (1) che le tasse vengano pagate dove c’è profitto invece che dove c’è la presenza fisica dell’azienda (“nexus”) e (2) che i ricavi trasferiti all’estero andranno in parte riallocati sui mercati dove si svolge l’attività (“profit allocation”, sul modello Iva). Da notare che la proposta va al di là dei giganti digitali per trovare una soluzione valida per tutte le multinazionali. Questo approccio pare equilibrato perché il problema di equità fiscale non riguarda solo le multinazionali dell’economia immateriale digitale ma anche quelle che si basano su economia immateriale ma non digitale, come marchi, design, licenze di produzione, franchising, diritti ecc.

QUALI SONO I POTENZIALI SVANTAGGI DELL’APPROCCIO ITALIANO?

  • Rischio di risposte internazionali a iniziative unilaterali. Per la Francia, per esempio, poiché la maggior parte delle aziende colpite da queste decisioni sono americane, gli Usa hanno attivato la cosiddetta Procedura 301, un’indagine per stabilire se la Francia abbia effettuato pratiche commerciali sleali. La sezione 301 del Us Trade Act del 1974 conferisce all’esecutivo americano il potere di mettere in atto rappresaglie contro un governo straniero che violi un accordo commerciale internazionale. Si saprà in questi giorni quali decisioni saranno prese, naturalmente non è scontato che vi siano sanzioni. Le esportazioni italiane potrebbero ricevere un trattamento simile, come strumento di negoziazione.
  • Secondo un sondaggio, un italiano su due, soprattutto giovani, non è d’accordo con l’introduzione della web tax perché teme che graverà sulle tasche dei consumatori. Tuttavia, occorre precisare che i beni digitali hanno un costo marginale nullo e, pertanto, il loro prezzo dipende essenzialmente dalla domanda dei consumatori. Nel caso di pubblicità, il prezzo è deciso ad asta, non dovrebbero esserci aumenti; nel caso di prodotti di consumo, un aumento dei prezzi sui canali digitali riporterebbe parzialmente a rivolgersi a store fisici, la concorrenza nella distribuzione è piuttosto vivace e finora ha portato evidenti benefici ai consumatori.  Quindi se da un lato bisogna considerare gli effetti a 360 gradi di iniziative di questo genere e tenerle da conto, dall’altro bisogna evitare che tali decisioni siano condizionate dalla ricerca di consenso.
  • Per evitare che il settore digital italiano sia ingiustamente colpito bisognerebbe specificare che i 750 milioni dei ricavi vanno considerati solo sui ricavi digitali oggetto di tassazione, così come previsto dall’analoga legge francese, ispirata alla proposta di Direttiva della Commissione Ue. Questa è la richiesta dell’associazione della pubblicità online che teme un blocco alla crescita di un settore italiano che si avvale di servizi di multinazionali digitali.
  • Anche ammettendo che la proposta italiana sia solo un primo passo verso quella internazionale, il rischio per le imprese italiane resta comunque alto. Il sistema ipotizzato potrebbe non produrre un net gain per un Paese esportatore netto come l’Italia perché si avrebbero più introiti da soggetti esteri ma meno da soggetti esportatori italiani. Quindi descrivere la web tax come una panacea per le casse dello stato non è corretto.

QUINDI, EQUITÀ FISCALE SÌ, MA ATTENZIONE AI DETTAGLI – ONLINE E OFFLINE

In conclusione, il tentativo di equità fiscale è benvenuto, ma si dovrebbe cercare di farlo:

  • per tutte le multinazionali, non solo quelle digitali, che approfittano di loop fiscali;
  • con tutti i partner internazionali disposti a collaborare;
  • considerando l’opzione di fare tassa di scopo, ovvero di utilizzare i proventi in maniera specifica per welfare legato a tecnologie disruptive;
  • assicurandosi di tassare veramente le entità che non pagano le tasse evitando di aggravare il carico fiscale di realtà soprattutto medie imprese dell’economia reale che hanno attività digitali complementari, le quali già faticano con il regime corrente.

 

Si fa presto a dire Web tax

Di Andrea Danielli

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