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La conferenza internazionale ospitata a Berlino, che avrebbe dovuto avviare il percorso di pacificazione in Libia, è ormai un lontano ricordo. Sebbene siano passati solo due mesi, gli esiti pubblicizzati non hanno avuto riscontri sul terreno. Un tregua flebile è tutt’ora in atto, ma è costantemente violata, e sembra che il periodo di pausa dei combattimenti sia stato usato dai due fronti – Tripoli e Misurata, e le forze haftariane – come un time-out per rinforzarsi dal punto di vista militare. In Tripolitania sono continuati ad arrivare gli armamenti turchi, che Ankara invia ai suoi protetti che difendono il governo che quattro anni fa l’Onu ha instaurato nella capitale; in Cirenaica le forze del miliziano ribelle Khalifa Haftar stanno ancora ricevendo aiuti dai propri sponsor, su tutti Emirati Arabi ed Egitto, mentre sono tornati visibili i contractor inviati dalla Russia per coordinare il fronte dell’Est. Sopratutto per bloccare questo afflusso di armi, deleterio per la continuazione del conflitto e teoricamente impedito da un embargo Onu, l’Unione europea ha lanciato la nuova missione navale “Irini”.

La fotografia della situazione è rappresentante in un report con cui l’Ispi, think tank italiano tra i più blasonati al mondo, ha coinvolto su vari aspetti della crisi esperti internazionali. Il quadro generale post-Conferenza l’ha tracciato Federica Saini Fasanotti, della Brookings Institution, spiegando che la riunione di Berlino ci ha riconsegnato un Haftar ancora a “mano libera”: “Il suo disegno è stato chiaro dal primo momento e male hanno pensato coloro che si sono fatti illusioni a riguardo. L’unica soluzione percorribile per il maresciallo di campo è quella militare: una guerra, quindi, che si concluda possibilmente con la sua vittoria”. Inoltre, l’appuntamento tedesco – come altri in precedenza – ha dimostrato che per il momento l’azione degli attori esterni non ha influenza sulla soluzione, perché i libici non hanno interessi nel “posporre i propri singoli interessi per il bene comune”.

Sebbene questo sia stato “un anno di assedio, di bombardamenti sulla popolazione civile e sulle infrastrutture della città, di violenze che hanno lasciato il segno sulla popolazione, radicalizzando posizioni politiche e incrinando i legami sociali”, ha scritto Karim Mezran. Secondo il decano degli analisti libici dell’Atlantic Council, tuttavia, l’attuale stallo nel rapporto di forze tra il generale Haftar e il governo di Tripoli “non produrrà un risultato risolutivo perché ognuna delle parti è ancora convinta di poter prevalere sull’altra”, e nemmeno un eventuale ulteriore sostegno agli haftariani – soluzione valutata in alcuni ambienti – “non determinerebbe alcun mutamento” a loro favore.

Il punto, come spiega Eleonora Ardemagni della Nato Defense College Foundation, è anche che è in ballo una partita giocata sul campo libico e mossa dall’esterno – dalla regione mediorientale. “Un doppio”, come lo definisce Ardemagni, che vede schierati dal lato di Haftar gli Emirati come i frontrunner con dietro l’Arabia Saudita, e su quello di ciò che resta della Tripolitania la Turchia a metterci la faccia mentre il Qatar copre (soprattutto economicamente) dalle retrovie. “Per le monarchie del Golfo, la Libia rimane quindi un’arena di scontro indiretto. Ma più passa il tempo, più il territorio libico non sembra il fine della competizione che lì si gioca tra emiratini, sauditi e qatarini. L’obiettivo, più che il controllo della Libia, è il posizionamento di Abu Dhabi, Riyadh e Doha nella gara d’influenza per le rotte terrestri, marittime ed energetiche del quadrante arabo-africano”, scrive l’analista della Ndcf.

La Turchia è attualmente, tra gli attori esterni, quello più esposto, perché ha pensato di sfruttare la cooperazione con Tripoli come “matrimonio di interesse”, scrive Matteo Colombo dell’Ispi. La partita si gioca nella fascia orientale del Mediterraneo, l’EastMed, dove in gioco ci sono interessi economici, legati alle risorse naturali della region,e e dinamiche di carattere geopolitico. Ankara ha sfruttato un accordo con il governo di Fayez Serraj per collegare le rispettive Zone economiche esclusive tagliando la Grecia, che nel sistema EastMed è invece collegata all’Egitto. Quella turca, scrive Colombo, è “una strategia lucida e coerente, basata sulla convinzione che i rapporti della Turchia con i paesi del Mediterraneo orientale siano compromessi e sull’assunto che sia perciò più conveniente ostacolare la cooperazione regionale e l’esportazione di gas verso l’Europa”.

La sfida dell’EastMed sovrapposta al dossier libico apre lo scenario per il ruolo che un altro attore di primissimo livello, e di prima linea, che da sempre sta cercando di sfruttare la crisi libica: l’Egitto. La Libia è un test per le ambizioni geopolitiche del Cairo, spiega Giuseppe Dentice dell’Università Cattolica. “La partita libica è un terreno cruciale per le sorti dell’Egitto, ma il suo successo è strettamente dipendente dalla volubilità estrema del generale Haftar”, il cavallo su cui ha scommesso il Cairo. Tra Haftar e l’Egitto ci sono state anche fasi di incomprensione, ma il capo miliziano della Cirenaica – una regione su cui l’Egitto sente continuità territoriale e culturale, oltre che interessi diretti – “rimane la migliore carta disponibile, seppur imprevedibile, nel mazzo di carte egiziano”, scrive Dentice.

E l’Italia? Il ruolo italiano sulla Libia è importante, così come il dossier libico è un importante test per verificare quanto Roma sia in grado di proiettare la propria politica estera. La Libia è un importante fascicolo su cui l’Italia cerca spazi sia nei confronti ad alleati competitivi come la Francia, sia nel quadro delle relazioni internazionali (nei riguardo dell’Europa, ma anche degli Stati Uniti e della Russia), senza dimenticare che dalla Libia passano dinamiche collegate alla sussistenza energetica italiana – sia attuale che futura (col quadro EastMed su cui non mancano interessi per la Penisola). Secondo l’analisi di Eugenio Dacrema, co-Head del Mena Center dell’Ispi, a questo punto “l’unica visione di lungo periodo con qualche senso per i nostri interessi (e per gli interessi della Libia) è quella volta a ridurre le possibilità di meddling esterno, assieme a quegli attori che sembrano ancora interessati a un reale compromesso politico prima di tutto tra libici”.

Tutto messo in crisi su quello che sarà il futuro, perché chiaramente la pandemia prodotta dal nuovo coronavirus SarsCoV2 non sta risparmiando nemmeno il Nordafrica, e come spiega Mattia Giampaolo del Cespi, la situazione potrebbe portarsi dietro non solo problemi di carattere sanitario, ma anche di carattere politico. Una questione che le due parti stanno usando anche in termini propagandistici con campagne di disinformazioni l’uno contro l’altro.

La crisi in Libia dopo Berlino e oltre il coronavirus. Report Ispi

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