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Il centrodestra sta affrontando l’emergenza coronavirus in una posizione scomoda e politicamente molto difficile e delicata. In un momento come quello che stiamo vivendo, subentra nelle persone un forte fattore emotivo che le porta ad aggrapparsi a ciò che hanno e non a ciò che potrebbero avere.

Per questo il sentimento popolare prevalente è quello di stringersi attorno al governo e al presidente del Consiglio, non in quanto figura politica ma in quanto figura istituzionale. Ciò porta, quale che sia la forza all’opposizione (oggi è il centrodestra, sarebbe lo stesso a parti inverse, con un po’ meno indulgenza dei media), a un assopimento fisologico delle polemiche.

C’è poi un discorso di spazio: durante un’emergenza il dibattito mediatico è orientato a dar voce alle comunicazioni più istituzionali a discapito dell’ordinaria dialettica politica, generando una diminuzione degli spazi a disposizione che impatta direttamente sul messaggio dell’opposizione.
Questo compromesso genera una spaccatura tra gli elettori del centrodestra che vorrebbero una comunicazione più aggressiva nei confronti del governo e chi invece spinge per una linea più soft e meno polemica. Il problema nasce dal fatto che, qualsiasi linea il centrodestra decida di fare sua, rischia di rivelarsi sbagliata: se si opta per i toni polemici, si può generare malumore tra chi vorrebbe ci fosse unità di fronte alla crisi. Di contro, se si sceglie una comunicazione più di basso profilo, si finisce appiattiti sulle posizioni del governo e il rischio politico è quello di scomparire.
Se in piena emergenza la forma è un elemento da non sottovalutare, lo è altrettanto la sostanza. È dunque lecito chiedersi fino a che punto possa spingersi l’opposizione nel criticare il governo? Non è un caso che nelle ultime settimane le critiche di Lega, Fratelli d’Italia e in parte Forza Italia siano più orientate all’Unione europea che al governo italiano. C’è poi il problema delle proposte politiche. Chi suggerisce idee alternative a quelle della maggioranza viene non di rado additato come un critico cronico. Poco importa se, come accade, quelle idee possano trasformarsi in proposte costruttive per il rilancio del Paese.

La vera sfida per il centrodestra si presenterà nelle prossime settimane con l’inizio delle cosiddette fasi due e tre. Quando l’emergenza sanitaria sarà arginata, si aprirà il momento della ricostruzione, con la necessità di forti misure per sostenere l’economia che assumano un carattere non più emergenziale ma ordinario.

A quel punto, se il governo non sarà in grado di proporre soluzioni efficaci attraverso una precisa progettualità politico-economica, sarà il centrodestra a dover offrire un’alternativa credibile. Non è escluso infatti, nel caso non vi siano risposte adeguate alla crisi economica che purtroppo è ormai inevitabile, che nei prossimi mesi si renda necessario un cambio di governo per provare a dare una scossa al Paese e, se così fosse, il centrodestra dovrà farsi trovare pronto.

Non dobbiamo inoltre dimenticare che l’autunno porterà con sé un’importante tornata di elezioni regionali, che saranno un primo banco di prova per capire concretamente quali saranno gli stravolgimenti politici del coronavirus.

I sondaggi oggi attestano un calo della Lega e una crescita del Pd. Potrebbero concretizzarsi nelle urne, a meno che il centrodestra non sia in grado di adattare la propria comunicazione politica e il suo modus operandi ai nuovi tempi.

C’è una certezza derivante da questa crisi: nulla tornerà come prima. Chi non lo capirà è destinato a crollare nei consensi, chi invece avrà la capacità di adattarsi potrà mantenere il suo elettorato e forse intercettarne una nuova fetta.  Elettori in cerca di politici che prediligano la (vera o presunta) competenza nella forma e nella sostanza e vogliono lasciarsi alle spalle una politica troppo spesso urlata e declinata attraverso slogan.

Né urli, né bon ton. Al centrodestra servono buone idee. Scrive Giubilei

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