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In Europa non c’è più politica economica. La debolezza dei governi e dei parlamenti si scontra con lo strapotere delle istituzioni finanziarie europee (come la Bce) che hanno, su carta, meno potere della Fed, ma molta più influenza sui governi nazionali. Arriva lontano, Giulio Tremonti, quando parla della crisi che l’Italia, l’Unione europea e il mondo intero si trovano ad affrontare da quando il coronavirus ha stravolto la normalità. Più volte ministro dell’Economia italiano, nonché vicepresidente del Consiglio e attualmente presidente di Aspen Institute Italia, Tremonti sottolinea in una conversazione con Formiche.net i ritardi del governo italiano in risposta alla crisi da Covid-19: “Questo decreto che avrebbe dovuto chiamarsi ‘aprile’, è slittato a maggio. Si affaccia sulla scena come mostro lungo più o meno 400 pagine. Per stamparlo ci vorranno risme di carta, per leggerlo ore di lavoro”. E quando sarà convertito, solo a metà luglio, “sarà troppo tardi”.

Professore, qual è la sua valutazione del momento in cui ci troviamo, tra la fase uno e la fase due, nella drammatica vicenda del coronavirus?

Tra Fase 1 e Fase 2 può avere davvero senso tentare un bilancio naturalmente interinale. I bilanci si fanno in partita doppia: pandemia, economia. Pandemia: qui oggettivamente il bilancio non è negativo. Ai forse evitabili errori iniziali ha tuttavia prestato soccorso la geografia, dato che la pandemia si è concentrata nel nord e ha risparmiato il centro, il sud e le isole. Per l’altra partita è in effetti francamente difficile formulare valutazioni positive su quanto è stato fatto per gestire l’economia a fronte delle pandemia. Abbiamo tre decreti legge concatenati nel tempo e in certi casi intrecciati anche nei contenuti dispositivi. Il Cura Italia si è oggettivamente smarrito nelle sue complessità tanto che non ne parla più nemmeno il governo.

Veniamo al decreto liquidità, non ancora convertito.

Una cosa da notare è che a questa altezza di tempo i decreti legge non convertiti non valgono niente. È talmente elevato il rischio di emendamenti che nessuno basa i suoi comportamenti fino a che il decreto non è stampato sulla Gazzetta Ufficiale. in questo momento in Commissione sul decreto liquidità ci sono più di 2000 emendamenti e temo – si far per dire – più della maggioranza che dell’opposizione. Vuol dire che essendo il decreto dell’8 aprile, non ci saranno effetti effettivi prima dell’8 di giugno, ammesso che questi possano esserci. In ogni caso per come è scritto e non sappiamo come e se sarà emendato, il testo contiene un tasso altissimo di rischiosità, ma questa non prodotta dagli operatori, la cosiddetta burocrazia, ma dalle scelte sbagliate fatte dai legislatori. Il caso della Sace della lottizzazione pianificata vale per tutti.

Poi c’è l’ultimo decreto…

Questo decreto che avrebbe dovuto chiamarsi “aprile”, è slittato a maggio, cambiando nome ed è diventato “rilancio”. Si affaccia sulla scena come mostro lungo più o meno 400 pagine. Per stamparlo ci vorranno risme di carta, per leggerlo ore di lavoro. In ogni caso sarà convertito e quindi davvero efficace solo a metà luglio e non prima. Anche perché pure su questo, soprattutto su questo, è stimata e prevedibile una enorme quantità di emendamenti/cambiamenti. Ma luglio sarà troppo tardi.

Se questi sono i tempi e i metodi, qual è la sua valutazione politica?

Il limite di tutto questo è nella gestione da parte del governo. Una gestione fatta in termini di “normalità” politica, ovvero ricerca del consenso o del minore dissenso, invece della concentrazione sugli essenziali.

Facciamo un esempio pratico, la crisi del 2008 fu diversa?

Naturalmente, ma in un giorno la Cdp, che avevo trasformato – contro tutte le critiche – in spa, diventò la terza banca italiana con un atto fu riformata in deroga e finanziata con risorse addizionali la cassa integrazione. Adesso l’impressione è quella della dispersione su centinaia di articoli e di interventi.

Tutto ciò può finire rappresentare non solo una difficoltà per le imprese ma anche una perdita di competitività nei confronti dei nostri partner europei che sono però anche i nostri principali concorrenti?

In replica di quello che ha fatto nel 2008 a partire dalle sue banche fallite, la Germania ha ottenuto dalla Commissione europea una infinita quantità di deroghe rispetto al divieto di aiuti di Stato. In questi termini in gran parte uscendo dal mercato europeo per fabbricare una eccezione tedesca. Lo ha fatto perché aveva un debito molto basso, via via ridotto negli anni passati in vista di tempi difficili e ha potuto farlo usando la sua Kmw. Per noi è molto più difficile perché abbiamo un debito enormemente più elevato e perché vedo dominante le tendenza ad usare l’intervento pubblico nelle società seguendo una logica non economica ma politica. Un paradigma da applicare potrebbe essere quello dei fondi cinesi (e dintorni) nell’economia, naturalmente da noi su scala più piccola è meno efficiente. Naturalmente sto scherzando!

Noi abbiamo il debito pubblico più grande d’Europa in termini di dimensione, il secondo in rapporto al Pil dopo quello greco. Quali margini reali abbiamo per poterlo espandere senza venire massacrati dai mercati finanziari?

Dal 1992 al 2008 l’Italia ha ridotto il suo debito pubblico e lo hanno fatto tanti governi. Amato e Ciampi, Prodi e Berlusconi. Il rapporto Debito/Pil è sceso con il Pil, con tagli alla spesa pubblica, con tasse ed anche con privatizzazioni. Nel 2008 era arrivato al 100%, poi è salito ma non perché è aumentata la spesa pubblica ma perché con la crisi è diminuito il Pil, con una specifica. Il 31 maggio del 2011, nelle “Considerazioni conclusive” dette dal governatore Draghi, si leggeva: “La gestione del pubblico bilancio è stata prudente… Le correzioni necessarie in Italia sono inferiori rispetto a quelle necessarie in altri Paesi d’Europa…”. Quanto è stato dopo a partire dalla lettera banca d’Italia-Bce del 5 agosto 2011, per proseguire con i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, ha seguito un corso molto diverso. Erano anni in cui cresceva il Pil ma cresceva anche il debito. Tutto “permesso” dalla Bce che invece di pretendere l’anticipo del pareggio di bilancio come nel 2011 creava ex nihilo crescenti quantità di moneta.

Il voto della Corte costituzionale tedesca in qualche modo intima, o se vogliamo essere più gentili chiede, alla Bce entro tre mesi di dare giustificazione sul proprio comportamento. Poi è arrivato il durissimo comunicato stampa della Bce che dice “non vi risponderemo, non ne sentiamo il motivo, non crediamo di doverlo fare”. Questa vicenda rappresenterà un serio problema delle dinamiche europee e di vita della Bce o sarà riassorbita senza troppi traumi?

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere su un quotidiano la tesi secondo cui “…Bernanke e Draghi hanno salvato il mondo”. Una ipotesi davvero suggestiva. In realtà nel 2009, l’anno dopo esplosione della crisi, si confrontarono due ipotesi. Quella del “Global Legal standard” (Gls), quella del “Financial Stability Board” (FSB). La logica del Gls era: la crisi non è terminata, proseguirà, come in un video game verranno altri mostri. Non è sufficiente agire sugli effetti, è necessario agire sulle cause,  passare dal free trade al fair trade, stabilire regole risalendo a monte nei processi di produzione dei beni. Il Gls prese forma nella bozza di un trattato multilaterale, una utopia, comunque votato dall’assemblea dell’Ocse alla unanimità. Sono andato a rivederlo: al punto 4 si prevedevano regole da rispettare in materia di “ambiente e igiene”.

Oggi le dice niente?

A vincere fu l’Fsb, espressione del potere finanziario dalla City a Wall Street. Ovvero: non servono regole per l’economia, è sufficiente qualche aggiustamento sulla finanza.

Ma l’Fsb era presieduto da Draghi?

Mi faccia un’altra domanda…

Cosa accadde con la vittoria dell’Fsb?

Il destino volle che si trattasse di una vittoria di Pirro, nonostante la vittoria dell’Fsb non si creò stabilità nel mondo finanziario. È in questi termini che si passa a creare moneta ex nihilo, tanto alla Fed un po’ prima, quanto alla Bce di Draghi nel 2012. Per inciso noto che nel 2012 si dice il “whatever it takes” salva l’Europa, salva l’euro. Ma da che cosa e perché? Se la Grecia era stata normalizzata dalla troika e l’Italia con Monti, dove erano i problemi? Forse erano al centro del sistema finanziario europeo? Forse derivavano dalle banche tedesche e francesi? Da allora la massa monetaria creata ex nihilo dai due lati dell’Atlantico, Fed e Bce, cuba 80 trilioni di dollari o di euro, una cifra iperbolica, una massa addizionale che non ha un riscontro nella realtà, con una differenza fondamentale.

Quale?

In America la politica conserva il suo potere, la Casa Bianca bullizza la Fed. In Europa è l’opposto. Qui si genera il più straordinario processo politico mai visto nel tempo recente. L’asse del potere ruota dalla politica, dai parlamenti e dai governi verso la Banca centrale europea e questa, più debole della Fed, cede al mercato monetario. Due prove. Prima prova: da otto anni, dal “whatever it takes” in poi non c’è più politica economica in Europa, non c’è una riforma, non c’è niente, e questo è logico, la sopravvivenza di governi sempre più deboli è comprata dalla produzione di sempre maggiore quantità di moneta gratuita. Seconda prova: tre mesi fa a Francoforte in occasione della staffetta alla guida della Bce, si sono recati tutti i capi di Stato e di governo europei a celebrare Christine Lagarde. Non sono andati all’insediamneto della Commissione che è l’organo politico, ma a quello della banca con un cerimoniale di ossequiosa sottomissione. Difficile pensare che Adenauer, De Gaulle, Mitterand, De Gaspari o Cossiga si sarebbero prestati a questa compiaciuta umiliazione.

Veniamo alla Corte tedesca, cosa riflette fuori dagli argomenti giuridici?

Riflette l’emersione dei danni che la creazione gratuita della moneta ha creato e sta creando. Nel 2012 il “whatever it takes” era un pronto soccorso appropriato. Sviluppato in lunga degenza per 8 anni è stato un sistema degenerato dove i debiti prevalgono sui capitali, i liquidi sui solidi, i tassi sotto zero. Quello che andava bene anche alla Germania nel 2012 – dietro al “whatever it takes” c’era un patto con la Merkel: salvare le sue banche e tacere sul suo surplus commerciale – nel corso degli anni si è ribaltato per ragioni di convenienza. I tassi sotto zero, non solo angosciano l’anima tedesca, dove debito equivale a peccato, ma soprattutto stanno facendo saltare il loro sistema “sociale”, un sistema per cui versi ai fondi e alle assicurazioni, queste investono sul mercato e con il ritorno si pagano la sanità, la pensione ecc.

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