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Emanuele Orsini, presidente di Federlegno Arredo non ha risparmiato critiche al governo nella fase di stesura del decreto imprese. Ora che il governo ha confermato il blocco fino al 3 maggio, spiega che una riapertura, graduale e concordata è importante. Fondamentale per un settore che esporta il 50% della sua produzione e compete con sistemi dove le attività non si sono mai interrotte.

La fase due è rinviata, il blocco della produzione per tanti settori, compreso il vostro, è confermato, ma è stato individuato il responsabile della task force che guiderà la “ricostruzione”, il manager Vittorio Colao.

Non ho mai avuto il privilegio di lavorarci, ma è un manager capace e spero inizi da subito con un programma di ascolto delle parti sociali. Tutte, non solo i sindacati. Con le organizzazioni di impresa, orizzontali come Confindustria, ma anche verticali visto che ognuno ha la sua specificità.

Il settore che lei rappresenta quanto ha risentito della pandemia?

Il valore del settore arredamento e legno è di 42 miliardi, 22 miliardi vengono dalle esportazioni. All’inizio dell’anno registravamo un andamento positivo con una crescita del fatturato dell’1,4-2 per cento, eravamo appena usciti dalla crisi del 2009-2010. Ora la previsione è perdere il 20% del fatturato, quindi 8 miliardi. Ogni miliardo perso sono circa ottomila dipendenti in meno. Non possiamo pensare di farcela da soli così.

Il decreto imprese del governo può bastare?

L’impianto potrebbe funzionare. Ma bisogna capire ancora i tempi ed è indispensabile che siano veloci. Quindi arrivare in tempi rapidi al via libera della Commissione europea e dare la possibilità alle banche di erogare velocemente i prestiti.

In quali tempi?

Già in marzo il nostro settore ha registrato un 30 per cento di insoluti. Ad aprile potrebbero diventare 70 e se continua così perderemo un pezzo di filiera. La maggior parte delle aziende avrà bisogno del credito per la fine del mese, altrimenti sarà troppo tardi, anche perché ancora non sappiamo quando potremo riaprire.

Le imprese stanno facendo pressioni sul governo per le riaperture, anche se il prossimo Dpcm cambierà poco. Se doveste avere un via libera sareste in grado di garantire sicurezza ai vostri dipendenti?

Le nostre fabbriche non sono quasi mai in città, ci sia arriva in macchina, riusciamo a garantire le distanze di sicurezza. E comunque siamo disponibili ad aprire tavoli con il governo o le regioni per mappare le esigenze e decidere eventuali aperture. Da parte nostra c’è massima disponibilità sul come, ma l’importante è riaprire perché la liquidità senza una ripartenza è inutile. Rischiamo di perdere quote di mercato all’estero.

I liquidi che potranno arrivare sulla base del decreto imprese permetteranno alle aziende di superare la fase critica?

Ci sono problemi con i tempi delle restituzioni. Un’azienda che fattura 100 milioni che perde due mesi deve recuperare 20 milioni. In sei anni non ce la fa. Non dimentichiamoci che lo stato ci mette la garanzia, ma i soldi li mettono gli imprenditori, compresi gli interessi.

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