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Il Mediterraneo non è molto lontano dal papa che parla ai fedeli di Bari, nella basilica di S. Nicola e nella piazza centrale della città, quella del potere. Parla come nel suo stile, da pastore, con parole semplici e profonde. Commenta il passo evangelico dell’amare i nemici e si chiede quello che ci chiediamo un po’ tutti, credenti e non.

Precisa Francesco: “E tu puoi dire: Ma Gesù esagera! Dice persino: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano (Mt 5,44); parla così per destare l’attenzione, ma forse non intende veramente quello”. Invece sì, intende veramente quello. Gesù qui non parla per paradossi, non usa giri di parole. È diretto e chiaro. Cita la legge antica e solennemente dice: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Sono parole volute, parole precise” (Omelia).

È un ulteriore tappa nel suo magistero sulla pace e sulla “non-violenza, nessuna violenza”, scandisce Bergoglio. Una teologia e una prassi di pace che ha due binari: l’amore per i nemici e il no alla guerra, fondato sul no alla produzione e commercio delle armi. “La guerra – scandisce il pontefice in basilica – che orienta le risorse all’acquisto di armi e allo sforzo militare, distogliendole dalle funzioni vitali di una società, quali il sostegno alle famiglie, alla sanità e all’istruzione, è contraria alla ragione…  essa è una follia”.

Mentre parla un vento leggero ma freddo mette alla prova chi sta all’ombra dei palazzi del corso; invece un sole quasi primaverile riscalda chi si trova dall’altra parte. Un segno? Forse sì. Sono calde le parole di Francesco quando parla del chiedere al Cristo di aiutarci ad amare, a perdonare, a vedere “gli altri non come ostacoli e complicazioni, ma come fratelli e sorelle da amare”, ad andare controcorrente, a non farci “condizionare dal pensiero comune”, di non accontentarci di “mezze misure”. Raggela, invece, il pensare che ovunque, nel mondo laico come in quello ecclesiale, esiste una “cultura dell’odio, il culto del lamento”, difficoltà e/o scarsa volontà a passare “dal nemico da odiare al nemico da amare, dal culto del lamento alla cultura del dono” (Discorso in basilica).

I fedeli – chi può almeno – cercano di spostarsi al sole per riscaldarsi un po’. E ci si augura che questo sia simbolico di un’azione delle Chiese italiane e di tutte quelle qui convenute, per riflettere sul “Mediterraneo frontiera di pace”: abbandonare la cultura dell’odio e muoversi verso l’amore e il dono.

Ma mentre il papa ci porta dal gelo della violenza al calore dell’amore sono in molti a ricordare che occhio per occhio – non violenza – pace – amore per i nemici sono parole che, in questa terra, diversi anni fa, ci hanno scaldato il cuore, quando a pronunciarle era un vescovo di nome Tonino Bello (1935-1993). Ma ci ricordano anche che la prima opposizione a queste parole era quella interna, ecclesiale, di pastori e laici cattolici che deridevano don Tonino, lo dipingevano come un pacifista da strapazzo, un vescovo comunista, un sognatore che divideva la Chiesa. Nessuno di noi avrebbe mai pensato di ascoltare un papa suggellare il magistero di un vescovo controcorrente.

Il sole illumina sempre più la piazza. La liturgia è molto sobria e lineare, l’organizzazione impeccabile e l’assemblea vivace e composta. Richiamare i temi della non-violenza, della pace e dell’amore per i nemici non è un messaggio per cornice poetica, ma è, contestualmente, sulla scia di La Pira, un appello alla responsabilità di tutti coloro che vivono sulle rive del Mediterraneo, “epicentro di profonde linee di rottura e di conflitti economici, religiosi, confessionali e politici”.

Il pontefice non ha remore nel ricordare che “l’inadempienza o, comunque, la debolezza della politica e il settarismo sono cause di radicalismi e terrorismo”, e aggiunge anche: “A me fa paura quando ascolto qualche discorso di alcuni leader delle nuove forme di populismo, e mi fa sentire discorsi che seminavano paura e poi odio nel decennio ’30 del secolo scorso”. Certo è il papa che parla, in tutte le lingue e in tutti i contesti, dell’accoglienza dei migranti, come dovere civile e cristiano. Ma è anche il papa che precisa che la cultura della non accoglienza, del rifiuto e dell’odio sono un pericolo per le nostre democrazie, perché alimentano quell’humus su cui crebbero dittature e sistemi totalitari del ‘900. Tutt’altro che una predica da quattro soldi. Sono analisi politiche e profetiche di alto valore, comunicate con parole semplici e inequivocabili. Nessuno può dire che non ha capito. È meglio che sia onesto: non vuole capire, non vuole essere scomodato e sradicato dalla sua “grande ipocrisia”. (Discorso in basilica).

Ricordo di aver chiesto, una volta, a don Tonino Bello il perché di tanta ostilità interna alla Chiesa cattolica sui temi della pace e dell’accoglienza degli ultimi. Non ha risposto alla domanda, ha sorriso teneramente e ha aggiunto: “Abbiamo ancora tanto da lavorare”.

Alla fine della celebrazione ripassa tra la folla, sorride sì, ma sembra fare un po’ di fatica a nascondere la sua stanchezza. La papamobile si sposta, per raggiungere l’elicottero, verso il mare: “Questo mare – ha detto in Basilica – obbliga i popoli e le culture che vi si affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna e a rammentare che solo vivendo nella concordia possono godere delle opportunità che questa regione offre dal punto di vista delle risorse, della bellezza del territorio, delle varie tradizioni umane”.

 

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