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Il tema della riforma ecclesiale, promossa da Papa Francesco, affascina credenti e non credenti, con domande cruciali: non solo se ce la farà, ma anche cosa succederà dopo il suo pontificato, se la riforma continuerà, se i suoi oppositori avranno la meglio e cosi via. Sono domande importanti, soprattutto quando la riforma in questione coinvolge aspetti antropologici, istituzionali e religiosi, in un mix tra i più affascinanti della storia umana. Portare queste domande su un set è un’impresa difficile, ma al tempo stesso, è una sfida possibile. Ci riesce il “The new Pope” di Paolo Sorrentino?

Stando alle prime due puntate, ho parecchi dubbi sulla riuscita della serie televisiva. Nelle prime due ore della serie le domande sono schiacciate da un simbolismo eccessivo, in parte manieristico che, raramente porta a pensare. Piuttosto annoia. Anche la sua irriverenza è un po’ ripetitiva. Ci sono molti film irriverenti nei confronti della religione. Alcuni sono stati anche utili, perché hanno insegnato a smascherare ipocrisie e difetti della realtà ecclesiale. In questo, invece, Sorrentino sembra essere bloccato da alcuni stereotipi, che, anche se fortemente simbolizzati da una buona sceneggiatura, restano tali. Non fanno pensare. E per questo si inaridiscono nel loro gioco. I simboli sono nati per far pensare, non solo in religione. L’origine del termine “simbolo” porta con sé l’idea del legame, del mettere insieme: sýmbolon in greco. Ora a cosa rimanda la simbologia di Sorrentino? Che cosa “mette insieme”? A mio parere un’idea di Chiesa cattolica appiattita sul dominio della coppia sesso-potere. Con questo non voglio negare la loro presenza e influenza, ma dire semplicemente che c’è molto altro e ci sono percorsi molto più complessi delle semplificazioni adottate nella serie televisiva. Chi fa esperienza ecclesiale sa cosa significano le parole di un critico severo dei limiti degli ecclesiastici, come Georges Bernanos: “Io non desidero la Chiesa perfetta, essa è viva. Simile ai più umili e desiderati dei suoi figli, essa cammina zoppicando da questo mondo all’altro, commette colpe, le espia, e chi vuol distogliere un istante gli occhi dalle sue pompe, la sente pregare e singhiozzare con noi nelle tenebre”.

Quando Papa Francesco parla di limiti e peccati, nella Chiesa cattolica, è sempre attento a cogliere gli aspetti umani di questi limiti, e i loro tanti risvolti: parlando alla curia romana, per esempio, ha fatto riferimento a “malattie” e “cure e antibiotici”. Per carità non si chiede che un regista segua i discorsi papali per mettere su un set. Faccio questo riferimento solo per dire che “The new Pope” ha un‘idea di Chiesa non falsa ma così iperbolica da non coinvolgere lo spettatore, perché è lontana da una realtà fatta di luci e ombre. Voiello – interpretato da un bravissimo Silvio Orlando – è il cardinal segretario di stato: uomo di consolidato potere e tessitore di estenuanti trame. Per quanto, nel privato della sua casa, assista un giovane disabile, tuttavia sembra non essere contagiato dal gesto di carità ed è così triste la scena in cui il giovane disabile deve assecondare i suoi giochi di potere. È l’interprete di un’idea monocorde della Chiesa, ossessionato dal potere, come gli altri lo sono dal sesso, come il probabile futuro papa – Sir John Brannox, cardinale, aristocratico inglese – è ossessionato da se stesso. L’ossessione è certamente una malattia umana, da cui gli uomini di Chiesa non sono esenti; non a caso è in piedi un progetto di riforma. Tuttavia se la Chiesa è “un’ospedale”, come ripete spesso Papa Francesco, ci sarà pure qualche medico sano che cura i malati? Nella serie di Sorrentino, finora, non si sono ancora visti.

Perché ho molti dubbi su "The new Pope” di Sorrentino

Di Rocco D'Ambrosio

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