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L’agenda di governo del nuovo anno si apre con il dossier Autostrade, una delle questioni più spinose dal punto di vista non solo giuridico, ma di politica economica del Paese.
Già all’indomani della tragedia del ponte Morandi, gli organi di stampa hanno riportato la volontà del governo di procedere alla revoca della concessione di Autostrade per l’Italia. E la questione, così, è divenuta immediatamente politica. Si è letto, invero, della volontà di sanzionare “la famiglia Benetton”, detentori della partecipazione di riferimento di Autostrade. La questione, tuttavia, è davvero mal posta.

Difatti, in primo luogo, Autostrade è controllata da Atlantia, holding a sua volta partecipata non solo dalla famiglia Benetton, ma anche da investitori istituzionali e dal mercato, cioè da un microazionariato diffuso composto di piccoli investitori/risparmiatori. Assumere una determinazione di revoca di sapore politico è allora inopportuno non solo da un punto di vista metodologico, ma anche nel merito, perché finirebbe per travolgere interessi di mercato che invece meritano la maggiore tutela.

È bene chiarire. Il rapporto di concessione con Autostrade era (è) regolato da un accordo peculiare che presenta profili marcatamente giuspubblicistici, ma resta contemporaneamente attratto all’area dei rapporti di diritto civile, come un contratto tra parti private.
Ebbene, con il c.d. decreto Milleproroghe, il governo ha modificato unilateralmente e con effetto retroattivo alcuni punti (qualificanti) dell’assetto di regole che governano l’esercizio della concessione: ad Autostrade non sarebbero più dovuti gli importi che la convenzione le garantisce in caso di revoca, ma la minor cifra pari alle opere sin qui realizzate, al netto di altre penali. La soluzione appare tutt’altro che convincente. Difatti, il decreto-legge, che ancora deve essere convertito in legge, presenta forti dubbi di legittimità costituzionale. Il drastico taglio degli obblighi di indennizzo effettuato per legge renderebbe di fatto la revoca della concessione equivalente a un vero e proprio esproprio.

La revoca, peraltro, pregiudicherebbe gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori che sono entrati nel capitale sociale di Autostrade confidando, fra l’altro, proprio nella clausola di debenza dell’indennizzo in qualsiasi caso di revoca della concessione.

Il risultato complessivo, dunque, sarebbe catastrofico per il Paese e per l’indotto, anche perché il contenzioso che sicuramente ne scaturirebbe – a questo punto su circostanze estranee alla convenzione – impedirebbe, o meglio, ostacolerebbe in modo gravissimo, l’affidamento tempestivo del servizio ad altro concessionario. Infatti, si rammenta che il contratto di concessione prevede la possibilità di risoluzione a vantaggio di Autostrade qualora muti il quadro normativo in corso di svolgimento del rapporto. Ciò che è appunto accaduto con il decreto Milleproroghe, misura che non appare pienamente giustificata atteso che ai sensi dell’art. 9 della convenzione in essere, in caso di inadempimento da parte del concessionario, l’indennizzo deve essere decurtato anche di una penale pari al 10% del dovuto, e salvo il maggior danno eventualmente occorso, con possibilità di ricorrere dinanzi all’autorità giudiziaria competente qualora non ci sia accordo tra le parti circa l’ammontare di tale danno.

La soluzione del problema, per quanto articolata, andrebbe allora cercata nella convenzione e davanti all’autorità giudiziaria – tenuta ad accertare le responsabilità e l’entità del danno lamentato dallo Stato – e non già al di fuori degli accordi già sottoscritti e sulla base di motivazioni metagiuridiche.

Insomma, lo scenario che si profila è quello di un contenzioso davvero aspro e di esito incerto. Da un lato, si pone la scelta del governo, che oltre a voler revocare la concessione, non ha inteso mantenere gli impegni assunti in tema di indennizzi; dall’altro, le ragioni non solo di Autostrade, quanto di tutta le platea degli investitori che ad essa fanno capo e, a ben vedere, del mercato stesso. In un quadro così complesso, è semplicemente utopistico che, a tutto voler concedere, la concessione possa essere affidata ad altro idoneo soggetto in modo tempestivo e senza soluzioni di continuità.

La questione della revoca della concessione di Autostrade e del relativo indennizzo deve allora abbandonare il tavolo della politica e trovare una soluzione all’interno degli accordi sottoscritti e, quindi, di natura anzitutto giuridica, innanzi ai Tribunali amministrativi e/o ordinari.

La politica, piuttosto, dovrà svolgere il suo ruolo essenziale nell’ottica dell’ammodernamento della mobilità. Difatti, in un’architettura di infrastrutture come quella italiana in cui il trasporto di persone e merci si basa, come noto, in massima parte sulla rete viaria e sul c.d. trasporto su gomma, il blocco o il malfunzionamento di quasi tremila chilometri di autostrade potrebbe condurre in breve tempo al collasso l’intero sistema.

Autostrade, se si revoca la credibilità del Paese. Il commento di Chimenti

Di Stanislao Chimenti

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