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Ad una settimana di distanza dall’inizio ufficiale della Brexit, si può cominciare ad avanzare qualche prima valutazione sul significato storico di questo cambiamento.

A cavallo dell’evento, le reazioni dei vertici Ue, di politici e intellettuali “eurolirici” hanno oscillato più o meno tra due poli: da un lato l’idea di un Regno Unito “rimasto solo”, che prima o poi sarà costretto a ritornare sui suoi passi; dall’altro, quella secondo cui, una volta usciti dall’Unione i “rompiscatole” britannici, ci sarà un’accelerazione nel processo di unificazione politica.

Si tratta, in entrambi i casi, di giudizi poco lucidi, che tradiscono in realtà una forte frustrazione davanti alla consapevolezza di una frattura non facilmente ricomponibile ed esorcizzabile. Così come era una velleità di esorcismo negli anni scorsi l’ostentata sicurezza che la Brexit non sarebbe mai arrivata a compimento, e che i britannici sarebbero stati esemplarmente “puniti” da una Ue con il coltello dalla parte del manico.

Ora, qualunque sia il giudizio sulla decisione di elettori e classe politica del Regno Unito, è evidente che siamo di fronte ad una svolta storica, con cui occorrerà fare i conti: una svolta che inevitabilmente produrrà effetti rilevanti e duraturi tanto sulla storia britannica quanto su quella dell’Europa e dell’Ue.

Per quest’ultima in questo momento si possono prevedere due tipi di ripercussioni: ed entrambe non vanno certo nella direzione dei desideri delle classi dirigenti dell’Unione.

La prima conseguenza sarà il fatto che l’abbandono britannico rappresenterà inevitabilmente, in ogni contenzioso a venire, un precedente. Particolare ed estremo quanto si vuole, ma che non potrà comunque non condizionare il dibattito tra gli Stati membri su dossier riguardanti vitali interessi nazionali. La possibilità che in quei contenziosi un paese giochi, tra le altre carte, quella di una possibile secessione non potrà mai più essere esclusa a prescindere, almeno se i paesi in questione possederanno sufficiente forza economica e geopolitica, e potranno opporre all’adesione ad ogni costo strategie alternative. Ne deriverà, inevitabilmente, una maggiore rilevanza generale del richiamo all’interesse nazionale, che su materie particolarmente “calde”, essenziali per il consenso delle classi politiche, accentuerà le divisioni tra nazioni di serie “A” e di serie “B”. E da qui, una maggiore tendenza all’aggregazione per aree all’interno della compagine istituzionale continentale. Che potrà portare ad una disarticolazione dell’Unione non “a cerchi concentrici” ma in frammenti geopolitici più o meno grandi. O, in alternativa, alla consapevolezza di una necessaria rinegoziazione generale, più realistica e meno verticistica, delle regole d’ingaggio tra tutti gli Stati membri.

La seconda conseguenza può a prima vista apparire diretta in senso opposto: l’assenza del contrappeso britannico porterà nel breve periodo all’accentuarsi del potere dell’asse franco-tedesco (a meno che non ne metta in evidenza le divisioni interne), e questo significherà una maggiore pressione sugli Stati minori, in particolare quelli dell’area euro, per l’adesione a severi parametri di bilancio e normativi indispensabili per rimanere agganciati al “club” di quelli che dettano legge. Ma proprio questa accentuata pressione probabilmente favorirà, per reazione, una maggiore conflittualità da parte di questi ultimi, la prevalenza in essi di forze politiche sovraniste, e la loro tendenza ad associarsi per aree di interessi, con conseguenti più frequenti e gravi blocchi di un sistema istituzionale che non ha mai superato i suoi elementi fondamentali di debolezza.

La Brexit, insomma, è un rintocco di campana che risuona e risuonerà forte per tutti, senza eccezioni. L’unico modo per non fare che la vibrazione della campana inneschi valanghe fatali è fare tesoro del suo significato al più presto, e aprire con decisione un processo di superamento dell’impianto attuale di una Ue ipercentralista e “allergica” all’esercizio della democrazia.

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