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Se si vuole decollare, ogni tanto bisogna andare controvento. Per il governo del cambiamento, quello gialloverde, dovrebbe essere facile. Invece no, per manager italiani ancora non basta, ancora non va bene. E non è solo una questione di spread, di deficit. L’Italia ha un disperato bisogno di Pil, di infrastrutture, di benessere. Secondo i dirigenti riuniti questo pomeriggio all’Auditorium Parco della Musica in occasione dell’assemblea 2019 di Federmanager, che apre la stagione degli appuntamenti annuali delle classi produttive (il 22 toccherà a Confindustria, nella medesima cornice), manca ancora quella percezione del cambiamento verso una politica economica che metta al centro imprese e dirigenti, in una parola il sistema Italia.

E così, quando il presidente della federazione Stefano Cuzzilla, affiancato per l’occasione, tra gli altri, dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, dal presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani e dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, ha usato l’espressione “andare controvento”, è parso subito chiaro ai presenti il messaggio dei dirigenti. Che parte dall’Europa.

I MANAGER DINNANZI ALLE ELEZIONI EUROPEE

“A due settimane dal voto”, ha subito messo in chiaro Cuzzilla, “il nostro messaggio sull’Europa è plastico: serve maggiore unità, serve un soggetto politico europeo e serve un’agenda europea. Il tema è come l’Europa a più velocità risolverà tre questioni: l’euro, la sicurezza e la crescita. La risposta per noi si chiama unione fiscale, compimento del mercato unico, armonizzazione delle regole della giustizia, unione bancaria e, perfino, esercito europeo”. Il 26 maggio, dunque, “sarà un banco di prova importante. Mi auguro che l’affluenza possa smentire i dati dell’Eurobarometro: nel 2002, quando era arrivato (o è stato imposto, direbbe qualcuno) l’euro, a favore dell’Ue c’era quasi il 60% degli italiani. Oggi solo il 12 si dice convintamente a favore di Bruxelles. Dimostriamo che non ci siamo disamorati dell’Europa”.

DIECI, CENTO MILLE TAV

Quella emersa dalla sala Petrassi dell’Auditorium a due passi dal Villaggio Olimpico è una sorta di agenda per il governo, un taccuino da mettere nella tasca della giacca e da tirare fuori in Consiglio dei ministri. “Le opere infrastrutturali, grandi o piccole, vanno realizzate. E basta. Dalla loro attuazione dipende la tenuta delle nostre imprese, l’occupazione, la possibilità di essere un Paese industrializzato e all’avanguardia, collegato con il resto del mondo”, ha proseguito Cuzzilla nella mezz’ora abbondante di relazione.

“Sulla Tav” ha insistito Federmanager, “si sta giocando una partita di consenso, è una strumentalizzazione politica che sta dividendo il Paese invece che collegarlo ai nostri vicini d’Oltralpe. Se potessimo muoverci da soli, noi avremmo già costruito dieci, cento, mille Tav. Non possiamo accettare lo stallo. Non possiamo accettare che l’investimento pubblico, finanziato per giunta dalla fiscalità generale, sia sprecato, sabotato nell’attuazione. Quello che serve è un piano serio e di lunga gittata su logistica e infrastrutture”.

QUANTE PAROLE AL VENTO SUL PIL

Se c’è una cosa che i manager italiani non hanno proprio mandato giù sono le risse di questi mesi sul Pil. L’Italia non cresce, punto. Se ne prenda atto e si corra ai ripari è il messaggio. “Sono grottesche”, ha attaccato il presidente Federmanager, “le discussioni sulle variazioni di Pil. Non siamo in recessione per uno zero virgola. Non è solo il peso del nostro enorme debito pubblico. Tra il 2000 e il 2016 la produttività del lavoro è aumentata dello 0,4. In Francia, Gran Bretagna e Spagna del 15. In Germania dell’18,3. La questione della produttività industriale è la grande assente dal discorso politico. Mentre dovrebbe essere, se non tutto, quasi tutto”.

UN’ALLEANZA TRA MANAGER E IMPRESE

Un ultimo punto, fortemente condiviso con Confindustria, Cuzzilla l’ha dedicato alla commistione tra imprese e manager, tra azionisti e dirigenti. Solo con bravi manager le imprese possono crescere, soprattutto in tempi di passaggio generazionale non garantito dentro le aziende. “La scarsa managerializzazione delle imprese italiane è un freno alla modernizzazione del Paese. Serve un’alleanza tra manager e impresa. Serve una nuova cultura per sostenere la crescita delle aziende medie e piccole, che sono il 98% del nostro tessuto produttivo. Finora le imprese che si sono dotate di competenze manageriali hanno visto crescere la loro produttività. In Italia le imprese familiari hanno il 70% dell’intero management che è espressione della famiglia. Non succede in nessun altro Paese. Nei passaggi generazionali si sgretolano le realtà più virtuose. Un’impresa su tre non sopravvive alla successione. Invece, le Pmi che si affidano a figure professionali esterne, nel 68% dei casi continuano con successo l’attività”.

IL SALARIO MINIMO EUROPEO

A rappresentare il governo c’era come detto il ministro Fraccaro. Il quale, nel citare l’esempio di imprenditori illuminati dal punto di vista manageriale come Adriano Olivetti, fondatore dell’omonima azienda (oggi gruppo Tim), ha riportato il discorso all’Europa. “Condividiamo gli ideali dell’Europa, ma vogliamo cambiarla in meglio. Le prossime Europee saranno importanti per archiviare la fase di austerità e percorrere la strada della crescita”, ha proseguito. E il primo passo non può che essere l’avvento del salario minimo europeo. “Il salario minimo europeo è indispensabile per far crescere la domanda interna, l’economia ma anche per evitare casi di concorrenza sleale”.

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