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La minaccia del terrorismo jihadista non è mai venuta meno, assumendo un andamento carsico, e la gestione dei familiari dei foreign fighter rischia di diventare complicata per l’Occidente come quella dei combattenti di ritorno. L’analisi complessiva del fenomeno terroristico contenuta nella relazione annuale dell’intelligence al Parlamento, presentata il 28 febbraio, contiene numerosi spunti anche in chiave prettamente italiana: dal numero e qualità degli espulsi per motivi di sicurezza nazionale ai problemi legati all’immigrazione.

GLI ATTENTATI (QUASI TUTTI) DIMENTICATI

Presi da problemi politici ed economici quotidiani, è difficile avere memoria dei tanti episodi avvenuti l’anno scorso. L’eccezione è l’attentato dell’11 dicembre a Strasburgo perché, oltre a 11 feriti, tra i 5 morti ci fu il giovane giornalista Antonio Megalizzi. Eppure in Europa ce ne sono stati almeno altri cinque: il 23 marzo a Carcassone (3 morti e 16 feriti), il 12 maggio a Parigi (1 morto e 4 feriti), il 29 maggio a Liegi (3 morti), tutti rivendicati dall’Isis come quello di Strasburgo. Nessuna rivendicazione è arrivata invece per l’attentato del 31 agosto ad Amsterdam, con 2 accoltellati, e per quello del 31 dicembre a Manchester, con altri 3 feriti a colpi di coltello. Esempi che confermano come il Vecchio Continente sia sempre un obiettivo, ma a Melbourne a novembre un somalo uccise il ristoratore italiano Sisto Malaspina e ferì altre due persone, così come a dicembre due turiste scandinave furono uccise in Marocco. Più o meno legati a bande di terroristi sono anche i sequestri di italiani che la relazione ricorda: il missionario Pierluigi Maccalli (il 17 settembre in Niger), la cooperante Silvia Costanza Romano (il 20 novembre in Kenya) e Luca Tacchetto con la compagna canadese Edith Blais “di cui si sono perse le tracce in Burkina Faso da metà dicembre”.

La preoccupazione dell’intelligence sta nella capacità di resilienza delle varie organizzazioni terroristiche (Isis, al Qaeda e associati), tanto da parlare di un jihad globale dall’andamento carsico che sa reagire alle sconfitte militari attivando propaggini regionali. La difficoltà della prevenzione sta dunque nell’imprevedibilità, nell’estensione e nella “natura poliedrica”: in Europa le informazioni raccolte tra Servizi collegati confermano il rischio non solo di lupi solitari, ma anche dell’attivazione di cellule dormienti o di “nuclei operativi” inviati appositamente. In tutto ciò, va tenuto conto anche dell’effetto emulazione perché alcune azioni sono state compiute da soggetti con problemi psichici che hanno copiato il modus operandi jihadista dopo averlo appreso dai media.

LE FAMIGLIE DEI FOREIGN FIGHTER

Si è parlato molto nelle scorse settimane dei combattenti stranieri prigionieri dei curdi che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe venissero ripresi dagli Stati europei di provenienza che non ne hanno intenzione e la soluzione sembra lontana. Nella relazione al Parlamento si spiega che l’anno scorso l’Isis controllava solo 321 chilometri quadrati rispetto ai 55mila del 2014: tra combattenti e foreign fighter, in Siria e in Iraq sarebbero rimasti circa 19mila soggetti, di cui 8mila stranieri tra i quali 2.600 europei dell’area Schengen e 500 balcanici. In Europa sarebbero tornati in 1.700, di cui 400 nei Balcani, mentre molti altri sarebbero fuggiti verso il Nord Africa, l’Asia meridionale, le Repubbliche centro-asiatiche e il Sud-Est asiatico. Tra i ritornati ci sono anche mogli e figli dei militanti dell’Isis che secondo la nostra intelligence “potrebbero aver sviluppato vulnerabilità e vissuti tali da condizionarne i comportamenti e innescarne l’attivazione violenta anche a distanza di tempo”. Una specie di rischio con il timer. I foreign fighter in vario modo collegati all’Italia sono saliti a 138, ma già più di un anno fa l’antiterrorismo era certo della morte di almeno 42 soggetti. Sono due quelli nelle carceri curde.

A questo proposito possiamo aggiungere i dati contenuti nell’ultimo report del Comitato per il contro terrorismo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, appena pubblicato: su un totale di circa 41.500 affiliati all’Isis in Siria e Iraq al momento di massima espansione, le donne erano circa 4.700, i minori 4.600 e 730 i bambini nati in quei territori. Interessante anche la provenienza delle donne: il 35 per cento dall’Asia orientale, il 23 dall’Europa orientale e il 17 per cento da quella occidentale. In totale, sarebbero tornate 7.366 persone di cui 256 donne mentre la forbice relativa ai minori è ampia: dai 411 ai 1.180.

ARRESTATO UN “COMBATTENTE”

Il 1° marzo la Polizia di Caserta ha effettuato il primo arresto di un foreign fighter dopo la sconfitta militare dell’Isis, Mourad Sadaoui, algerino di 45 anni ricercato dal suo paese per terrorismo che si nascondeva ad Acerra (Napoli): aveva avuto un permesso di soggiorno dal 2003 al 2012 ed era noto all’Aisi e all’antiterrorismo dal 2016. Le indagini e lo scambio di informazioni hanno portato l’anno scorso in Italia a numerosi e significativi arresti: per citare gli ultimi, il 21 novembre a Milano il ventiduenne egiziano utente di forum jihadisti pronto a combattere (esempio di quello che l’intelligence definisce “jihadismo della tastiera”); il 28 novembre a Macomer (Nuoro) il libanese-palestinese che voleva compiere un attentato con l’uso della ricina; il 13 dicembre a Bari il somalo legato all’Isis, seguito da tempo, che voleva compiere un attentato entro breve tempo.

ESPULSIONI E AFRICA IN EBOLLIZIONE

Le espulsioni per motivi di ordine e sicurezza pubblica restano un mezzo preventivo efficacissimo. L’ultima cifra diffusa indica in 375 gli espulsi dal gennaio 2015: 66 nei primi due anni, 105 nel 2017, 126 nel 2018 e 12 finora quest’anno. In larga parte sono tunisini e marocchini: l’anno scorso furono 86, pari al 68,2 per cento del totale; nel 2017 furono 66, pari al 62,8 per cento; nel 2016 gli espulsi con quelle nazionalità furono 42, pari al 63,6 per cento del totale. In moltissimi espulsi emerge un contatto tra criminalità e terrorismo oltre all’origine nordafricana, la vicinanza a soggetti radicali, l’attivismo online e l’uso di stupefacenti. Numeri che, se ce ne fosse bisogno, confermano l’importanza del Nord Africa per la sicurezza italiana: sono una ventina i gruppi jihadisti di varia affiliazione attivi in Algeria, Tunisia, Libia, Marocco, Egitto, Somalia, Kenya, Mali, Burkina Faso e Nigeria. Oltre a un focus sul bubbone libico, la relazione dell’intelligence offre un panorama sulla situazione economica e sociale di alcuni Paesi. In Tunisia, per esempio, continuano proteste di piazza e il 29 ottobre una donna kamikaze si fece esplodere a Tunisi, sintomo di una situazione molto difficile. Ecco perché sembrano inopportune le critiche che dal governo italiano vengono rivolte a quel paese quando sbarcano tunisini: non ci sarà peste o carestia, ma quelli che possono scappano e per fortuna se li riprendono. Algeria e Marocco si sforzano di combattere il terrorismo che pure ha presa tra i giovani, ci prova anche l’Egitto che però, si sottolinea, “deve ancora compiutamente affrancarsi da quelle opacità che hanno sin qui impedito di far luce sull’uccisione di Giulio Regeni”. Per il resto, si va dal “presidio avanzato” per il contrasto alle minacce rappresentato dal quadrante saheliano all’Africa orientale giudicata “quadrante tra i più vulnerabili al mondo” e dalla quale arrivano molti migranti.

IMMIGRAZIONE

Nei primi due mesi di quest’anno gli arrivi sono stati 262, il 95 per cento in meno dell’anno scorso quando furono 5.247. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha comunicato che i rimpatri sono stati 1.099 di cui 1.013 forzati e 86 volontari assistiti. Quest’anno finora sono i bengalesi al primo posto (57, il Bangladesh è uno di quei Paesi con cui non abbiamo accordi), seguiti da tunisini e algerini. L’anno scorso i tunisini furono largamente i più numerosi con 5.244 unità, seguiti da eritrei e iracheni mentre crollarono i nigeriani, solo 1.250 dopo che nei due anni precedenti avevano superato rispettivamente le 18mila e le 37mila unità. L’anno scorso le partenze dalla Libia furono il 55 per cento del totale, nel 2017 erano state il 90 per cento. E’ ormai assodato un cambiamento delle rotte: ridotta quella del Mediterraneo centrale a 23mila arrivi, l’anno scorso si affollarono quella occidentale attraverso il Marocco (57mila) e quella orientale (56mila). Sul fronte della sicurezza e di possibili infiltrazioni terroristiche, la preoccupazione riguarda gli “sbarchi fantasma” su più rotte: dalla Tunisia alla Sicilia, dall’Algeria alla Sardegna, dalla Libia e anche sul mare Adriatico e lungo la rotta balcanica terrestre. I Balcani, infatti, rappresentano uno snodo logistico anche come supporto alla militanza jihadista.

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