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La BBC Arabic ha visto in esclusiva un’indagine confidenziale delle Nazioni Unite secondo cui sarebbe stato un “aereo straniero” a colpire a luglio il campo di detenzione per migranti di Tajoura, a est di Tripoli. I risultati sono stati presentati mercoledì al Consiglio di Sicurezza Onu, e non indicano a chi appartiene quell’aereo che ha compiuto la strage: 53 morti, 130 feriti.

Profughi provenienti dall’Africa subsahariana arrivati in Libia sfuggendo alla disperazione dei loro Paesi di origine, detenuti prima di tentare la via per l’Europa, uccisi da un bombardamento mentre dormivano. La vicenda è per ora la pagina più triste dell’offensiva lanciata ad aprile dal signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar, nel tentativo di conquistare Tripoli e rovesciare il governo operativo sotto egida Onu. Iniziativa ancora senza pace che dal punto di vista militare e politico s’è rivelata sostanzialmente fallimentare, e che ha subito ondate violente in cui sono finiti sotto le armi i civili tutte le volte Haftar s’é trovato in difficoltà sul campo.

Secondo le accuse del governo tripolino (il cui acronimo internazionale è Gna), a colpire il centro di Tajoura sarebbe stato Haftar. Da sempre Tripoli sostiene che l’attacco sia stato compiuto (forse per errore: nella zona c’è anche il deposito di una milizia anti-Haftar) da un aereo degli Emirati Arabi Uniti, che forniscono copertura aerea alla milizia haftariana. E la pista emiratina è riportata anche dalla BBC attraverso una fonte non ufficiale che ha aggiunto alla visione del report il dettaglio sul possibile colpevole. “Un numero sconosciuto di Mirage 2000-9 operavano da basi libiche al momento dell’attacco”, scrive il resoconto: il raid “è stato gestito da uno stato membro Onu che agisce a sostegno delle forze armate di Haftar”.

Gli Emirati sono uno dei paesi che dà sostengo militare e parzialmente politico all’uomo forte dell’Est libico, insieme all’Egitto e in maniera meno diretta alla Russia (che sul campo ha 200 contractor di una società privata vicina al Cremlino) e all’Arabia Saudita (che avrebbe dato copertura economica all’iniziativa di Haftar su Tripoli, soldi con cui avrebbe dovuto comprare il consenso di alcune milizie della Tripolitania e marciare sulla capitale evitando bagni di sangue).

Ai tempi dell’attacco al centro per i profughi di Tajoura, la Alto rappresentante per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, lo aveva definito un “crimine di guerra”. Dal 2011 la Libia è sotto embargo militare, ciò nonostante sembra che entrambi i fronti in guerra abbiano ricevuto aiuti militari dall’estero. Nel 2019 Stati Uniti, Francia, Italia, Regno Unito ed Emirati Arabi hanno sottoscritto un nuovo impegno a non inviare armi in Libia e a controllare eventuali passaggi.

In vista della conferenza internazionale in preparazione a Berlino, il delegato speciale delle Nazioni Unite ha già detto che l’obiettivo principale attualmente è far rispettare l’embargo per poi arrivare a un cessate il fuoco. Gli aiuti esterni sono un elemento di galvanizzazione per i due fronti, che però nella sostanza si equivalgono. La guerra è in stallo da mesi, incarnita in combattimenti di posizione.

 

Strage di migranti in Libia. Per l’Onu è stato un aereo straniero

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