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Una “sottovalutazione del disegno geo-strategico cinese” rappresentata “dal silenzio della Farnesina sulle vicende di Hong Kong”, sommata “alla crisi politica italiana e agli effetti del crollo industriale simboleggiato dal caso Ilva”, rischiano di creare in Italia “i presupposti per una tempesta perfetta”.
A crederlo è lo storico, economista e saggista Giulio Sapelli, che in una conversazione con Formiche.net analizza quello che considera in questo momento il rischio più grande per il Paese: “una desertificazione e una marginalizzazione pressoché totali”, preludio dell’esplosione di una “bomba economica e sociale”.

Professor Sapelli, Luigi Di Maio è in Cina per promuovere il Made in Italy. Può funzionare?

Nutro forti dubbi sul ritorno economico delle relazioni con la Cina. Finora l’adesione italiana alla nuova Via della Seta non ha prodotto nulla. E le esportazioni italiane nel Paese faticano a decollare, perché in fondo la Repubblica Popolare non ha bisogno delle nostre merci. Oltre a ciò, mi pare che da tempo, soprattutto il Movimento 5 Stelle, abbia rapporti organici con Pechino. E questo crea forti malumori a Washington. Basti pensare ai continui e non banali allarmi americani sul 5G, ma non solo.

Legge così la mancata presa di posizione del ministro degli Esteri su Hong Kong?

Trovo il silenzio della Farnesina su una vicenda come quella di Hong Kong incomprensibile. Francia e Germania, che pure esportano in Cina molto più di noi, tengono la barra dritta su questi temi, condannando la repressione del regime cinese e non firmando nessun memorandum. E persino gli Stati Uniti, che pure sono in aperto contrasto con Pechino, intrattengono con il Paese solidi rapporti commerciali senza mai risparmiargli giuste critiche.

A che cosa è legato, allora, questo atteggiamento?

Non voglio pensare che Di Maio taccia sperando in ritorni per il nostro Paese, che credo non ci saranno mai. Semmai è la Cina che usa l’Italia per raccogliere un dividendo in termini di legittimità internazionale. Trovo invece che non vi sia una comprensione di ciò che sta accadendo davvero nella Repubblica Popolare e in particolare a Hong Kong.

A che cosa si riferisce?

Nel Paese cresce il malcontento per una gestione verticistica di ogni ambito della vita dei cittadini. I ragazzi che possono permetterselo continuano a fare carte false per studiare all’estero, nonostante le indicazioni contrarie provenienti dall’alto. E, senza dubbio, il progetto di sostituire l’isola con Shanghai o Shenzhen è destinato a fallire. Hong Kong è l’unico ponte vero con la finanza internazionale e i cinesi vogliono sfruttarlo per crescere. Ciò spaventa le élite, che temono un contagio allargato anche al continente, ma credo che presto si arriverà a una resa dei conti o che, quantomeno il Partito Comunista e Xi Jinping si troveranno in difficoltà a gestire la situazione interna. Penso che questo non sia ben chiaro in chi è oggi al governo, così come non è stata compresa la portata dell’espansionismo cinese.

Parla della Via della Seta?

Sì, ma non solo. Mi pare evidente che quello cinese sia un progetto non solo economico, ma anche politico e geo-strategico. Che arriva in Italia in un momento di grande crisi, come dimostrano le continue fibrillazioni al governo del Paese e i tanti problemi industriali, ultimo quello dell’ex Ilva. Il mix di sottovalutazione di effetti geopolitici e contesto economico può essere esplosivo per la nazione.

A proposito di ex Ilva, quali potranno essere gli effetti di un’uscita di Arcelor Mittal?

Devastanti. Tutta la vicenda dell’Ilva è un po’ l’emblema, a mio parere, di un sistema schizofrenico, impossibile da spiegare all’estero. Tutti hanno concorso al fallimento della più grande azienda siderurgica italiana: politica, magistratura e non solo. La cosa peggiore è che temo che non ci sia consapevolezza di che cosa significherebbe per il nostro Paese rinunciare all’acciaio, che poi dovrebbe essere importato da un oligopolio internazionale.

L’economia italiana ne soffrirebbe?

Non v’è dubbio. Il 70% circa dell’acciaio prodotto dall’ex Ilva va oggi al mercato interno e alla nostra industria. Acquistarlo fuori dai nostri confini metterebbe, in mani estere e spesso in competizione con noi in molti settori, il controllo del prezzo di questo elemento fondamentale per ogni produzione industriale. Mi fa specie che nel governo si litighi su come modulare una tassa sulla plastica e non si trovi un’intesa su come salvare lo stabilimento di Taranto. L’obiettivo deve essere la sua sostenibilità ambientale, invece sembra che si persegua la sua chiusura. E all’estero si fregano le mani. Ma il pericolo che intravedo all’orizzonte è ancora più grande.

Quale pericolo?

Che il nostro Paese, dopo essere stato – e in parte ancora lo è – una grande economia manifatturiera e dopo essere diventato terra di conquista soprattutto per francesi e tedeschi, che hanno preso il controllo i primi il settore bancario e i secondi del tessuto industriale di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, diventi irrilevante ovvero non appetibile nemmeno per investimenti interessati. Questo vorrebbe dire la desertificazione e la marginalizzazione totali, che unità alla crisi bancaria nel Mezzogiorno costituirebbe una vera bomba economica e sociale. Diciamo la verità: chi potrebbe mai portare un euro in Italia dopo aver visto quello che è accaduto con l’ex Ilva? Espropri, chiusure arbitrarie di altoforni, dietrofront rispetto ad accordi già fatti. Questa è l’ultima chiamata per riportare il Paese sulla giusta rotta. Dopodiché temo che sarà troppo tardi.

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