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Il governo di Tripoli ha chiesto aiuto militare agli alleati per difendersi dall’aggressione lanciata otto mesi fa da Khalifa Haftar. È con una nota stampa diffusa tramite il profilo Facebook ufficiale del Consiglio presidenziale, l’organo onusiano presieduto da Fayez Serraj con il compito di rappacificare il paese, che viene resa nota la decisione – “presa all’unanimità” durante una riunione straordinaria odierna. Un potenziale game-changer che potrebbe cambiare le sorti del conflitto, e probabilmente complicarle.

Il Gna, ossia il governo internazionalmente riconosciuto che l’Onu ha insediato a Tripoli tre anni fa, “considera come alleati Stati Uniti, Italia, Regno Unito, Algeria e Turchia – ci spiega una fonte da Misurata, centro della difesa politica e militare della Tripolitania – ma sostanzialmente la richiesta è rivolta ai turchi”. Il 27 novembre Serraj e il presidente Recep Tayyp Erdogan hanno firmato un protocollo d’intesa sulla sicurezza che comprende, se richiesto, l’invio di forze militari per difendere Tripoli. Nella nota viene esplicitamente riportato che “il Consiglio ha concordato all’unanimità durante la sessione di oggi di attivare il protocollo d’intesa per la sicurezza e la cooperazione militare firmato il 27 novembre con la Turchia”.

La Turchia invierà militari in Libia? Nei giorni scorsi diversi funzionari del governo e lo stesso presidente non avevano negato la possibilità, e anzi avevano detto in modo chiaro che se la richiesta fosse arrivata avrebbe potuto accettarla. Certo è che si tratterebbe dal punto di vista tecnico di una violazione dell’embargo Onu sulle armi, ma secondo Ankara la Libia, ossia il Gna, ha il diritto di chiedere aiuto per combattere l’aggressione delle forze haftariane.

Sulla posizione turca pesa un groviglio di dinamiche geopolitiche, che vanno dalla volontà di esercitare un’influenza nel Mediterraneo orientale (l’accordo con la Libia prevede anche l’unione delle reciproche Zee a discapito della Grecia) fino alla competizione intra-sunnita tra la Turchia e le forze del Golfo che difendono Haftar (su tutte gli Emirati, ma anche l’Arabia Saudita, e a livello regionale l’Egitto, che gioca una partita anche nell’EastMed).

Da Tobruk, dove si trova la Camera del Rappresentanti, l’ultimo organo eletto in Libia, auto-esiliatosi nell 2014 durante la seconda delle guerre civili degli ultimi dieci anni, è stata diffusa una contro-nota.”Chiediamo di prendere di mira ogni movimento militare dei turchi in territorio libico. E invitiamo la Lega Araba a prendere una posizione ferma contro la flagrante ingerenza turca negli affari interni della Libia”, ha scritto la commissione Difesa e Sicurezza nazionale. L’HoR, acronimo internazionale del parlamento libico, è considerato un organo politico molto vicino a Haftar, o meglio piuttosto avverso a Serraj, alle forze di Misurata che lo sostengono, e al processo che l’Onu sta cercando di promuovere. Quando scrive “prendere di mira”, invia una richiesta all’ “Esercito nazionale libico”, nome altisonante che Haftar ha dato alla sua milizia.

La situazione è su un piano inclinato che porta all’allargamento del conflitto e all’aumento dei combattimenti, ma secondo il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, c’è ancora spazio per la diplomazia. Ieri, rispondendo al question time alla Camera dopo il recente viaggio in Libia – in cui ha toccato tutte le tappe della geografia politica del conflitto, Tripoli, Tobruk e Bengasi – ha proposto una “missione europea” in Libia, guidata dall’Alto rappresentante Josep Borrel. Uno sforzo diplomatico che la situazione odierna rischia praticamente di bruciare in partenza. Di Maio, dopo la visita libica, ha ammesso che per l’Italia è necessario recuperare il tempo perso negli ultimi mesi sul dossier – e il terreno che altri attori hanno sottratto a Roma nel frattempo.

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