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Ha ragione Stefano Folli: per come le stanno evolvendo le vicende, la crisi di governo lascia sul terreno tanti perdenti e due soli vincitori: Matteo Renzi, che in sostanza si è quasi ripreso il partito di cui è stato segretario, e Giuseppe Conte, che invece si sta prendendo (e trasformando) il Movimento Cinque Stelle.

In verità, mentre Renzi non aveva nulla da perdere, Conte ha giocato una vera e propria partita d’azzardo, una di quelle che o vinci tutto o perdi tutto. Il punto di svolta è rappresentato dalle dichiarazioni tenute in Senato dopo la presentazione da parte della Lega della mozione di sfiducia (poi ritirata) al suo governo. Più che un discorso volto al passato, cioè come sarebbe stato logico rivolto a giustificare le azioni di governo compiute, si è trattato di un discorso teso, da una parte, a chiudere definitivamente ogni ponte con Matteo Salvini, e, dall’altro, a prospettare persino il programma di un futuro governo con il Pd e senza la Lega. Un esecutivo che, in sostanza, ricalcasse la “formula Ursula” con cui grillini e democratici si erano trovati a Bruxelles a votare la nuova presidente della commissione.

Anzi, per essere ancora più precisi, Conte si era spinto fino a individuare, in perfetta sintonia con la von der Leyen, nella “sostenibilità”, che sta diventando il vero e proprio mantra del nostro tempo, e in tutto ciò che ad essa si connette (“economia circolare”, lotta al “cambiamento climatico”, ecc.), la base ideale del nuovo governo. Credo sia semplicistico etichettare, in un’ottica di analisi politica, questa operazione semplicemente come uno svendersi all’Europa o un’azione dei poteri forti (che in questo caso si sarebbero serviti dell’ “avvocato del popolo”) sulla nostra politica.

La questione, molto più semplice, è che in politica i vuoti si riempiono e i problemi politici cercano e trovano una risposta. Era evidente da tempo, da prima delle elezioni europee, che i Cinque Stelle non reggevano, al contrario della Lega, alla prova del governo. In prima istanza per la loro identità postideologica che ne comprometteva un’azione chiara e efficiente in sede realizzativa. E che né Luigi Di Maio né i suoi oppositori interni (a cominciare da Alessandro Di Battista), erano in grado, con le loro “ricette” e con la loro leadership, di arginare l’emorragia dei consensi. Conte, a quel punto, forte dei consensi personali alla sua figura attestati dai sondaggi, da una parte, e dalla frequentazione per conto del governo (avallato dal Presidente della Repubblica) dei tavoli europei che contano, dall’altra, ha concepito una doppia manovra.

Si trattava non solo, infatti, di “istituzionalizzare” il Movimento, o quel che ne restava, ma anche di dargli una identità culturale europeista, che ne avrebbe reso più sicura la sopravvivenza. Che, essendo poi quello che in primo luogo interessa i “proprietari del marchio”, cioè Davide Casaleggio e Giuseppe Grillo, ha ottenuto il loro consenso. Ciò a costo di una giravolta non da poco che lascia sicuramente sul campo morti e feriti, e tanto malumore, ma che è alla fine per i Cinque Stelle preferibile ad ogni altra soluzione. Anche perché Conte è l’unico che, proprio per i consensi che gode, può in parte limitare i danni.

Certamente, è una operazione fatta contro il “popolo”, diciamo così: tutta di palazzo. Giustamente apostrofata da esponenti storici della stessa sinistra come Emanuele Macaluso e Massimo Cacciari e da giornalisti importanti come Lucia Annunziata. E certo è anche che sulla lunga distanza non può che favorire le forze di opposizione, se non addirittura quelle antisistema. In politica però in certi momenti, la prima regola è sopravvivere: primum vivere e… poi tutto può all’improvviso cambiare. Un discorso serio e metapolitico sullo stato delle nostre istituzioni e della nostra cultura politica, è pure però necessario che qualcuno cominci a farlo.

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