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Terremoto elettorale o scossa d’assestamento? Dal voto umbro molto si può dedurre sulla tenuta futura del governo rossogiallo. Anche se, precisa Enzo Risso, direttore scientifico di Swg, non esiste un’elezione uguale all’altra. La partita per l’Emilia-Romagna a gennaio, dunque, è ancora tutta da giocare. Ci sono però dei trend nazionali che i partiti della maggioranza non possono ignorare. Ecco quali.

Professore, Pd e Cinque Stelle dovrebbero correre separati alle urne?

Il test umbro non ha certo promosso l’alleanza organica. I dati dimostrano che l’idea di un accordo organico fra i due partiti è molto divisiva fra i rispettivi elettorati. Nel Pd il 30% degli elettori la ritiene inopportuna, fra i Cinque Stelle il 40%. A opporsi sono soprattutto la componente moderata dei dem e quella anti-casta dei grillini. Con queste percentuali il rischio di una diserzione all’ultimo minuto degli elettori è molto alto.

In Umbria, evidentemente, la diserzione c’è stata. In che direzione?

Rispetto alle europee, in Umbria i Cinque Stelle hanno confermato solo il 40% dei loro voti. È un dato significativo, a distanza di pochi mesi. Del restante 60% dei loro elettori il 33% ha scelto l’astensione, il 13% Lega o Fratelli d’Italia, il 4% il Pd.

Il Pd si è mostrato più impermeabile?

Ha certamente avuto un più alto tasso di conferma. Il 67% dei suoi elettori gli ha ridato fiducia, il 19% si è astenuto. Solo l’1% degli elettori dem ha scelto il Movimento Cinque Stelle.

Come si spiega?

L’elettorato del Movimento è storicamente meno strutturato rispetto a quello del Pd. E risulta più permeabile dagli altri partiti, perché è molto più variegato. Il 35% del voto grillino si può definire “anti-casta”, il 30% proviene dal centrosinistra e la parte restante dal centro e dal centrodestra.

Cosa impedisce al Movimento Cinque Stelle di costruire un elettorato stabile e radicato sul territorio?

Se immaginiamo un asse ideale seguendo le categorie del filosofo politico Vincenzo Esposito i cui estremi siano rappresentati dall’immunitas, la difesa della comunità chiusa, e la communitas, cioè la comunità aperta, troviamo che al primo estremo oggi si colloca la Lega e all’altro il Pd. Al centro rimangono i Cinque Stelle, il cui elettorato è dunque contendibile dagli altri due partiti. Si può dire che per i grillini quella del 2018 sia stata una vittoria di Pirro. Nel giro di un anno da conquistatori sono diventati conquistati.

I riflettori sono puntati sull’Emilia-Romagna. L’onda d’urto del voto umbro arriverà fin lì?

Ogni elezione ha una storia a sé. Amo ricordare che in un comune come Pordenone nel marzo 2006, nello stesso giorno, si è votato per le politiche e per le comunali. Alle prime il centrodestra ha vinto con il 56%, alle seconde ha prevalso il centrosinistra, sempre con il 56%. Chi si crogiola nella vittoria sbaglia, così come chi pensa di aver costruito una linea Maginot.

Un dato però è evidente. Come lo stesso partito ha ammesso sul blog, i Cinque Stelle soffrono l’esperienza di governo.

Questa è la norma nella recente storia politica italiana. Tutti quelli che hanno governato dal 1994 in poi hanno perso voti. È successo di continuo a Berlusconi e al centrosinistra. L’eccezione ad oggi si chiama Matteo Salvini. È l’unico che è riuscito a invertire questo trend, traghettando la Lega dal 17% al 34% dopo un anno di governo.

Perché la Lega ci è riuscita?

La Lega salviniana ha costruito un’ideologia, riassumibile nel motto “prima gli italiani”, che è profondamente figlia del XXI secolo. Condivisibile o meno, ha saputo raccogliere e dare una risposta non solo alle preoccupazioni legate ai flussi migratori ma anche allo sfarinamento del ceto medio causato dalla globalizzazione e dalle politiche liberiste.

Oggi che voto intercetta?

Un’area che comprende il ceto medio-basso ma anche quello povero e della classe operaia. Nel passaggio da partito padano a partito nazionale la Lega ha ricompattato intorno a sé un blocco sociale che è stato duramente colpito e poi messo ai margini dalla crisi e ancora non ne è uscito.

L’altro Matteo (Renzi) ha lanciato Italia Viva. Ha spazio per crescere?

Italia Viva risponde all’esigenza di un ceto medio, urbano, aspirazionale, che non si ritrova nel centrodestra a guida leghista e tantomeno in un Pd alleato ai Cinque Stelle. Si tratta in media di un elettorato istruito, economicamente stabile, che chiede un’Italia che innova, economicamente dinamica, attiva nei mercati internazionali.

Pd e M5S calano nei sondaggi, IV, che è con loro al governo, non perde voti. Perché?

Ci sono due motivazioni possibili. La prima ha a che vedere con la nascita di IV, che è stata creata dopo una scissione dal Pd e inevitabilmente continua a drenare voti dall’ex partito. La seconda è ancora più semplice: come abbiamo detto, IV parla al ceto medio urbano, che non è certo un fan di questo governo.

E i moderati? C’è ancora in Italia chi guarda a un’esperienza di centro?

Le nostre ricerche rivelano che c’è circa un quarto dell’elettorato italiano in cerca di una visione moderata, non estremizzata della politica. Una fetta consistente e non omogenea di cittadini che non si ritrova in leader come Salvini, Di Maio o Zingaretti e oggi guarda ad altre figure come Renzi, Conte, Gelmini, Carfagna, Toti, Calenda. Finché non avrà una chiara proposta politica continuerà, forzatamente, a votare i grandi partiti o a scegliere l’astensione.

Umbria, Emilia, e poi? Enzo Risso (Swg) rivela gli ultimi trend elettorali

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