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Almeno venti persone sono morte e novanta rimaste ferite questa mattina, quando un furgone-bomba è stato fatto esplodere dai Talebani davanti a un ufficio dell’intelligence, accanto a un ospedale, a Qalat, una cittadina del sud dell’Afghanistan. È il secondo attentato importante avvenuto nell’arco di appena due giorni: martedì c’era stata un’azione duplice, colpita prima una manifestazione elettorale del presidente Ashraf Ghani nella provincia di Parwan, poi una strada a Kabul (non lontana dall’ambasciata americana), bilancio totale 46 morti.

Le vittime di attentati sono da anni una tragica quotidianità in Afghanistan, attività ultimamente ripresa con ritmo pesante:  la BBC ha calcolato che soltanto ad agosto ci sono stati 611 “security incidents“, ossia attacchi, che hanno prodotto 2307 vittime. Ma questi ultimi episodi hanno una dimensione contingente: due settimane fa, il presidente americano, Donald Trump, ha cancellato a sorpresa un incontro con alcuni delegati del gruppo ribelle jihadista afgano che si sarebbe dovuto svolgere a Camp David.

Era il risultato di trattative durate oltre un anno, dirette da Zalmay Khalilzad, l’inviato americano per la riconciliazione, ma che avevano coinvolto anche attori secondari come il Qatar (che fa da mediatore diplomatico del gruppo). Erano importanti anche perché Trump intendeva usarle come un vettore per raggiungere un risultato politico prima delle presidenziali del 2020.

Il repubblicano aveva condotto parte della sua campagna di tre anni fa contro gli sforzi militari all’estero, considerati troppo onerosi e poco redditizi, concentrandosi molto sulla “the endless war“, il più lungo impegno militare della storia statunitense, i diciotto anni di guerra in Afghanistan.

Chiedeva di spingere ai suoi negoziatori, ma poi ha scelto di tornare indietro. C’è un motivo contingente: sembrava impossibile incontrarsi con i rappresentanti talebani due giorni prima dell’11 settembre (causa della guerra) dopo appena due giorni da un attentato in cui un soldato americano aveva perso la vita. Ma dietro alla scelta c’è stato anche un ripensamento più strutturato, frutto di un lavoro interno di convincimento.

Dal Pentagono, dall’intelligence, dal Dipartimento di Stato, sono arrivata nasi storti sulla pace, perché si pensa innanzitutto che i Talebani non avrebbero mai rispettato i punti di un eventuale accordo; e poi c’è una questione legata alla sicurezza nel paese. L’accordo di pace si sarebbe portato dietro una riduzione robusta del contingente americano schierato sotto la missione Nato, e dunque c’era da aspettarsi richieste simili dagli alleati, ma le forze di sicurezza del paese, nonostante anni di addestramenti occidentali (costo investito soltanto dagli americani: 877 miliardi di dollari), non sembrano ancora in grado di muoversi da sole.

Il contesto afgano è delicatissimo perché somma l’instabilità politica all’insorgenza interna dei ribelli talebani con un terzo fattore: la presenza nel paese di spurie qaediste e soprattutto di una filiale baghdadista, che si fa chiamare Islamic State in Khorasan, molto attiva – tra i morti contati dalla BBC, l’aliquota maggiore è stata prodotto proprio da un paio di attacchi devastanti rivendicati dagli uomini del Califfato, che hanno rapporti diretti con le centrali siro-irachene.

Mercoledì il Sigar, l’Ispettorato generale per la ricostruzione in Afghanistan, una watch-dog del Pentagono che ha il compito di segnalare problemi sull’impegno militare americano nel paese, ha reso pubblico un report in cui scrive che “un accordo di pace affrettato con i Talebani potrebbe lasciare milioni di disoccupati a rischio di essere reclutati da gruppi terroristici e bande criminali”.

Ossia, prima di stringere definitivamente la mano ai ribelli e avviare il disingaggio, è necessario stabilizzare l’Afghanistan dal punto di vista socio-economico, e dunque politico. Non è un ottimo messaggio per il presidente Ghani, che il 28 settembre cerca la riconferma alle presidenziali che vedono in campo 18 contendenti (tra loro anche il chairman del governo di unità nazionale, Abdullah Abdullah).

“Per una pace duratura, vari gruppi armati allineati allo stato, non statali e illegali devono smobilitare e passare alla vita civile. Non includere quei gruppi potrebbe dissuadere i talebani dal reintegrarsi “, ha detto il capo del Sigar, John Sopko. Il rapporto dice anche: “Se il governo afgano e i talebani raggiungeranno un accordo di pace (da notare: finora non si parlano ufficialmente, l’accordo i talebani l’avrebbero raggiunto solo con gli Usa, per poi essere integrato Kabul. Ndr), si stima che 60mila combattenti talebani a tempo pieno e circa 90mila stagionali potrebbero cercare di tornare alla vita civile”; e poi spiega che l’attuale contesto non permette un qualche programma di inserimento.

 

 

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