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“Cari miei amici americani, siamo realisti – diceva giorni fa un attivista di Hong Kong sul Wall Street Journal – non vi stiamo chiedendo di inviare la Settima flotta per affrontare la Cina. Le bandiere americane che potete vedere ai nostri raduni sono il nostro modo di dire che condividiamo i vostri valori e guardiamo a voi come speranza”.

“Questo è il momento per la leadership americana. Il Paese ha bisogno di un presidente capace sia di far avanzare gli interessi economici degli Stati Uniti sia di difendere i valori americani, non uno che vede i due come in conflitto tra loro”, twitta Elizabeth Warren, prominente democratica in lizza per la nomination alle presidenziali del prossimo anno. Condivide il senso di un op-ed scritto per Foreign Policy sulla crisi del Porto Profumato, dove le ultime evoluzioni raccontano la scelta delle autorità locali (leggasi Cina) di stringere la cinghia contro le proteste pro-democrazia, attuando un provvedimento repressivo di epoca coloniale che invoca lo stato di emergenza e poteri speciali per la polizia (leggasi repressione fuori dalla legge convenzionale).

“Trump può dire quello che vuole di me, ma è scandaloso che qualsiasi presidente venda tutto il popolo di Hong Kong a porte chiuse. Il pubblico deve vedere la trascrizione della chiamata di Trump con Xi. E abbiamo bisogno di un leader che difenda i nostri valori”, aggiunge Warren che sulla vicenda è diventata parte in causa.

Da tre giorni sappiamo che il presidente americano Donald Trump ha chiesto alla Cina di indagare sul conto di Joe Biden, altro forte contender democratico, perché è stato lui stesso ad ammetterlo. Ma da ieri sappiamo (grazie a fonti della CNN) pure che non è stata la prima volta: alla Cina ha chiesto anche di trovare qualcosa di compromettente (del “dirt”) sulla senatrice Warren (oltre che su Biden), e in cambio di questo avrebbe promesso al presidente Xi Jinping, durante una telefonata del 18 giugno, di non intromettersi nella questione Hong Kong.

E così è stato: mentre altre parti dell’amministrazione (come il dipartimento di Stato) e soprattutto il Congresso hanno preso posizioni più rigide e dure contro l’atteggiamento violento che la Cina sta tenendo sulle proteste e a favore del riavvio di un maggiore rispetto sul sistema di semi-indipendenza che Pechino dovrebbe garantire all’ex colonia inglese, Trump ha parlato della situazione due sole volte. In modo molto leggero, invocando non più di una risposta misurata.

Dopo le richieste avanzate al presidente ucraino per far indagare anche in quel caso Joe Biden, che secondo Trump sarebbe coinvolto in in un caso di corruzione a Kiev che coinvolgerebbe anche il figlio, in cambio dello sblocco di aiuti militari; dopo le pressioni fatte su altri governi amici per cercare aiuti con cui rovesciare le conclusioni del dipartimento di Giustizia e dell’intelligence sul Russiagate, in cambio di buone relazioni; ora con la Cina siamo davanti a una condizione simile.

La denuncia di un agente Cia sulla telefonata anti-Biden in Ucraina (registrata e monitorata come quella con Xi, tra l’altro) ha aperto la procedura d’impeachment, pensata dai Democratici sia come necessità per il rispetto della sicurezza della democrazia americana (contro un abuso d’ufficio del presidente), sia come carta politica in vista di USA2020. Ora Warren sta usando il caso cinese che la riguarda in modo del tutto simile. Mentre denuncia il promesso approccio soft che Trump avrebbe fatto a Xi su Hong Kong in cambio di un aiuto contro di lei, la senatrice trova l’occasione per rivendicare il modo che avrebbe usato se ci fosse stata lei alla Casa Bianca (è la miglior campagna elettorale possibile).

E intanto la Cina usa la vicenda per solleticare Washington: noi non ci intromettiamo negli affari degli altri, dice il ministero degli Esteri. Anche in questo caso un modo per raggiungere un doppio obiettivo: attaccare le sempre contestate ingerenze americane, ma anche per sganciarsi da un pantano interno agli Usa che sta segnando il futuro delle presidenziali del 2020. Bonus: sul tavolo, sia al momento delle telefonata di giugno, che adesso, ci sono i colloqui sul commercio.

La Cina, Warren e Hong Kong. Tutti gli incubi di Trump

“Cari miei amici americani, siamo realisti - diceva giorni fa un attivista di Hong Kong sul Wall Street Journal - non vi stiamo chiedendo di inviare la Settima flotta per affrontare la Cina. Le bandiere americane che potete vedere ai nostri raduni sono il nostro modo di dire che condividiamo i vostri valori e guardiamo a voi come speranza”. “Questo è il momento per la…

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