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I “zeloti” esistono in tutte epoche e tutti i continenti. Specialmente se possono contribuire ad iniziative che migliorano le loro possibilità di carriera e di guadagno. Ciò spiega perché all’arrivo di Stefano Patuanelli al ministero dello Sviluppo Economico (Mise) abbiano rispolverato ed offerto al loro neo ministro un progetto dettagliato e corredato anche di bozze di decreti attuativi, pur se vecchio di una quindicina anni e firmato dal secondo governo Berlusconi.

Non lo avevano fatto prima perché sapevano che avrebbero trovato l’opposizione dell’allora titolare della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi, nonché del loro sottosegretario leghista Michele Geraci. Dato che Patuanelli è amico per la pelle dell’attuale ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), Luigi Di Maio, ora le porte dovrebbero essere non aperte ma spalancate. Verrebbero trasferite anche le competenze per la Via della Seta. Trasferire carte da uffici ad uffici comporta farle notare, soprattutto su sul plico è scritto “confidenziale”. Giunte nelle mani di parimenti solerti funzionari della Farnesina (che non pare siano innamorati del loro ministro) sono arrivate al quotidiano Il Sole 24 Ore il quale al progetto ha dedicato una pagina domenica 8 settembre. Senza però fare riferimento ai precedenti e senza sottolineare che ora due esponenti del M5S presentano entusiasti un progetto di pura marca berlusconiana.

Di che si tratta? Dello scorporo di parte del Mise e del suo trasferimento al Maeci. Berlusconi – lo sappiamo – è un imprenditore e pensava che si dovesse usare meglio la rete di ambasciate per la promozione commerciale e per attirare investimenti dall’estero in Italia. Basta scorrere la stampa dell’epoca per leggere sue dichiarazioni a destra ed a sinistra, in Italia ed all’estero. Le feluche più anziane non gradivano: erano state selezionate per “fare” la politica estera dell’Italia, non i commessi viaggiatori del dramma di Arthur Miller. Tuttavia, Berlusconi insisteva ed aveva un suo fedelissimo ed ascoltato consigliere alla guida di quello che allora il ministero delle Attività Produttive, dicastero che aveva incorporato, nella sede di Viale Boston all’Eur, l’ex ministero del Commercio con l’Estero.

Venne costituito un gruppo di lavoro in cui partecipavano rappresentati dei due dicasteri, dell’allora Istituto per il Commercio con l’Estero (ICE) e della Presidenza del Consiglio. E si giunse alla redazione dei provvedimenti per trasferire gli uffici siti in Viale Boston, l’ICE ed annessi e connessi da Via Veneto (sede allora del ministero Attività Produttive) alla Farnesina. Naturalmente, nessuno si sarebbe mosso fisicamente ma sarebbe mutate competenze e titolarità.

Il Dipartimento della Funzione Pubblica e giuristi di rango parteciparono ai lavori, ora riscaldati e riverniciati (appena il necessario) per farli diventare vessillo del nuovo governo (o di una parte di esso). Ovviamente, ogni operazione ha un costo. Il costo sulle finanze pubbliche sarebbe stato modesto ed ampiamente compensato dall’integrazione della rete degli uffici ICE all’estero nelle ambasciate. Tale integrazione avrebbe reso più efficace l’azione di promozione ed attrazione. Lo fanno di già altri Stati, tra cui gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna.

Naturalmente, non si sarebbe potuto discriminare nei confronti dei “nuovi arrivati” nei ranghi della Farnesina. In pratica, sarebbe giunti una cinquantina di dirigenti del rango di ministri plenipotenziari (questo è il titolo) che avrebbero bloccato le carriere dei consiglieri d’ambasciata in essere ed aumentato la concorrenza per diventare ambasciatori dato che c’è un limite anche fisico al numero di rappresentanze diplomatiche dell’Italia (oggi in alcune città ce ne sono anche tre o quattro).

Scoppiò una rivolta della “carriera” garbata ma dura come quella dei Mau Mau nel Kenya degli anni cinquanta. D’altronde, è comprensibile che chi ha studiato per una “carriera speciale” non veda di buon occhio la riduzione delle proprie opportunità. Lo stesso ministro degli Affari Esteri dell’epoca, un giurista e Consigliere di Stato, Franco Frattini, vedeva molteplici difficoltà; ne vedeva ancora di più il suo successore, Gianfranco Fini. Alla fine, non se fece nulla, se non direttive e decreti per meglio integrare, in Italia ed all’estero, le attività delle due amministrazioni.

Cosa si può preconizzare che avverrà oggi? Il fatto stesso che il documento sia arrivato dalla Farnesina a Il Sole 24 0re è un segnale forte che le feluche – già irritate perché nel ministero si tengono riunioni di partito – non gradiscono affatto “minestra riscaldata” di un progetto affossato diversi anni fa e sono pronte a non collaborare. Due frasi che si colgono nei lunghi corridoi del marmoreo edificio sono “Siamo leali collaboratori ma non collaborazionisti” e “Dato che siamo in prossimità dello Stadio Olimpico è meglio che vada lì a vendere panini come faceva al San Paolo”.

Un inizio poco incoraggiante che dovrebbe suggerire correzioni di tiro.

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