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Non è stato un dibattito troppo ricco di sorprese, quello organizzato stanotte da Nbc News (con qualche problema tecnico) a Miami tra i candidati alla nomination democratica del 2020. Le attese della vigilia sono state infatti tutte più o meno confermate, mentre – a livello generale – si è trattato di un confronto tra Democratici senza particolari colpi di scena, a tratti anche un po’ monotono. A dividersi il palcoscenico sono stati la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, il sindaco di New York, Bill de Blasio, il senatore del New Jersey, Cory Booker, il governatore dello Stato di Washington, Jay Inslee, l’ex ministro, Julian Castro, la deputata, Tulsi Gabbard, la senatrice del Minnesota, Amy Klobuchar, l’ex deputato, John Delaney, l’ex deputato texano, Beto O’ Rourke e il deputato dell’Ohio, Tim Ryan. I temi affrontati sono risultati numerosi. Temi da tempo al centro del dibattito politico interno al Partito dell’Asino: sanità, economia, ambiente. Senza poi dimenticare l’aborto e la politica estera. I candidati Democratici si sono confrontati per due ore, cercando di emergere e distinguersi dalla pletora dei rivali, in quella che è la campagna elettorale più affollata che le primarie democratiche abbiano mai visto nella loro storia. In questo senso, alcuni elementi generali manifestatisi stanotte danno un quadro complessivo della situazione in seno all’Asinello.

CACCIA ALLA NOMINATION

Innanzitutto, il dibattito ha inequivocabilmente mostrato un netto spostamento a sinistra dell’intero partito. Un dato che è emerso chiaramente soprattutto attraverso alcune tematiche fondamentali. In primo luogo, tutti i candidati in gara si sono detti fermamente avversi alle big corporation, invocando un maggiore controllo, oltre che una serrata lotta alle disuguaglianze sociali. Su questo dossier, è stata soprattutto la senatrice Warren a battere con particolare durezza. “Abbiamo una politica industriale negli Stati Uniti da decenni”, ha dichiarato, “ed è fondamentalmente permesso alle grandi corporation di fare quello che vogliono. Le società giganti hanno essenzialmente una sola lealtà, e cioè i profitti. E se possono salvare un nichelino spostando il lavoro in Messico o in Asia o in Canada, lo faranno”. Una linea particolarmente energica, che hanno fatto propria anche altri candidati, come il senatore Cory Booker e il sindaco de Blasio, che ha chiesto di colpire quelle corporation che “non sono al servizio della nostra democrazia”.

IL TEMA IMMIGRAZIONE

Un’altra questione centrale si è poi rivelata l’immigrazione. Su questo tema a mostrarsi particolarmente impegnato è risultato Julian Castro, che ha rivendicato di aver elaborato da tempo una riforma complessiva della materia. In particolare, l’ex ministro ha promesso che – da presidente – siglerebbe un decreto per cassare la politica di tolleranza zero adottata dall’amministrazione Trump, assicurando inoltre un percorso per acquisire la cittadinanza agli immigrati clandestini. Castro ha infine affermato di voler smantellare la Sezione 1325 dell’Immigration and Nationality Act, una norma che rende reato federale l’accesso agli Stati Uniti per chi non ha documenti: proposta che ha determinato uno scontro tra Castro e O’ Rourke, notoriamente scettico su questo progetto. Su una linea simile a quella del ministro si è poi collocato Booker, secondo cui l’agenzia federale di controllo delle frontiere si starebbe macchiando di “violazione dei diritti umani”.

I DEMOCRATICI DINNANZI ALL’ABORTO

Sull’aborto si è registrata una discreta convergenza tra i candidati. Se Castro ha criticato le recenti leggi restrittive in materia promosse in Georgia e Alabama, Elizabeth Warren ha chiesto di rendere la sentenza “Roe v Wade”, una legge federale. Scontro maggiore si è invece verificato in materia sanitaria. Da una parte, chi auspicava (come de Blasio e la stessa Warren) un sistema sanitario universale collegato all’abolizione delle assicurazioni private. Dall’altra chi (come O’ Rourke) invocava invece un modello meno rigido, per salvaguardare anche le scelte individuali. Si tratta di un tema spinoso per il Partito Democratico. E, non a caso, c’è stata qualche scintilla tra il sindaco di New York e l’ex deputato texano in materia.

Tralasciando i singoli dossier, il dibattito se lo è aggiudicato – come previsto – Elizabeth Warren: la senatrice è infatti risultata la più preparata e ferrata su questioni come l’economia, riuscendo a fornire risposte concise e convincenti. Il nodo problematico per lei è tuttavia duplice: da una parte, va sottolineato che non le sia stato troppo difficile emergere, visto il livello non esattamente eccelso dei rivali di stanotte. In secondo luogo, bisogna anche evidenziare che – a fronte di forti momenti di protagonismo – in alcune parti del dibattito tra Democratici la senatrice si sia eclissata. Quasi a dire che, forse, su alcune questioni potrebbe essere meno preparata di quanto sembri (si pensi all’immigrazione o agli esteri). Anche Castro non se l’è cavata male: l’ex ministro ha mostrato forte interesse e partecipazione sulle questioni migratorie, rubando talvolta la scena alla senatrice del Massachusetts e sbaragliando spesso gran parte della concorrenza. Non male neppure la senatrice Amy Klobuchar che, per quanto non troppo brillante, ha saputo conquistarsi talvolta il palco, attaccando a più riprese Donald Trump (soprattutto sulla questione iraniana).

CHI HA DELUSO

Deludenti invece le performance di O’ Rourke e de Blasio. Il primo, considerato da mesi un enfant prodige della politica americana, si è rivelato piuttosto goffo, irresoluto e titubante. Ha spesso cercato di glissare le domande scomode e non si è mostrato troppo incline al confronto diretto con i rivali. Ogni tanto si è messo a parlare spagnolo per accreditarsi agli occhi dell’elettorato latino. Quello che appariva era tuttavia un disperato tentativo di gettare fumo negli occhi. Il sindaco di New York, dal canto suo, si è mostrato non poco scialbo. Ha tentato (inutilmente) di inseguire la Warren sul suo stesso terreno (presentandosi, cioè, come campione delle galassie liberal) ma non c’è riuscito. La senatrice lo ha di fatto arginato e i pochi guizzi che ha avuto sono stati insipidi e poco significativi. Cory Booker resta un mistero: si è proposto come punto di riferimento dell’elettorato afroamericano ma non ha mostrato un’eccessiva sostanza politica. Vedremo se riuscirà ad elaborare un profilo più solido nei prossimi mesi. Dolenti note, infine, anche per Tulsi Gabbard. La deputata ha cercato di concentrarsi particolarmente sulla politica estera, opponendosi a una eventuale guerra con l’Iran e criticando, in tal senso, i falchi dell’amministrazione Trump, John Bolton e Mike Pompeo. Ciononostante la sua figura è emersa ben poco, restando fondamentalmente sottotono.

Questo primo dibattito tra Democratici, insomma, non ha contribuito a fare troppo chiarezza in casa democratica. Vedremo se quello di stanotte (dove è previsto un maggior numero di big) riuscirà a delineare una situazione più nitida dalle parti dell’Asinello. Grande attesa si respira infatti per il duello tra l’ex vicepresidente, e il senatore del Vermont, Bernie Sanders. Non è tuttavia detto che non possano spuntare outsider di peso: dalla senatrice californiana Kamala Harris al sindaco di South Bend, Pete Buttigieg (anche se ultimamente in difficoltà). In attesa di un quadro più chiaro, Trump può intanto dormire sonni relativamente tranquilli. Il caos democratico per il momento lo avvantaggia. E il presidente punta ovviamente molto sul fatto che gli scontri fratricidi proseguano.

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