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Barrie Kosky è un regista australiano noto soprattutto perché alla Komische Oper di Berlino ha eliminato del tutto la pesante coltre di polvere depositata durante gli anni della Ddr e riportato in sole poche stagioni il teatro agli splendori di Walter Felsenstein, il mitico regista e sovrintendente della rinascita. Poco più che cinquantenne, nativo di Melbourne ma con radici familiari in Bielorussia e Ungheria, Kosky è stato fra il 1990 e 1997 alla guida artistica della Gilgul Theatre Company, la compagnia teatrale alternativa di radici ebraiche, prima di diventare nel 1996 il più giovane sovrintendente dell’Adelaide Festival di Melbourne.

Lascia l’Australia nel 2001 per assumere la guida dello Schauspielhaus di Vienna, prima di stabilirsi a Berlino (“città di profughi, sognatori e anime perse”, come dirà lui stesso) e insediarsi alla testa della Komische Oper dalla stagione 2012/13, dove ottiene da subito un grande successo con crescente presenze di pubblico (fra la sua prima stagione ed il 2018 le presenze medie sono salite dall’86% a oltre il 90%) e riconoscimenti importanti, come quella di miglior teatro d’opera della stagione 2012/13 e di miglior compagnia d’opera agli International Opera Awards nel 2015.

In parallelo, è molto attivo come regista d’opera raccogliendo anche in questa attività il riconoscimento di miglior regista d’opera nel 2014 secondo Opernwelt e agli International Opera Awards nel 2015. Ma soprattutto alcune delle sue produzioni operistiche circuitano nei maggiori teatri e festival internazionali come dei veri classici contemporanei, come quel Flauto magico, realizzato nella sua prima stagione alla Komische Oper, che è stato visto a Edimburgo, Helsinki, Varsavia, Madrid, Barcellona, Budapest, Varsavia, Parigi e, nell’autunno 2018, a Roma, nonché puntate anche oltreoceano a Los Angeles, Philadelphia e Saint Paul (Minnesota). Questa estate presenterà una nuova produzione originalissima di Orphée aux enfers di Offenbach al Festival di Salisburgo. Ho avuto modo di scambiare due idee con lui.

‘L’Orfeo’ di Monteverdi è considerata la prima vera opera della storia della lirica giunta sino a noi e ‘Orphée aux enfers’ la prima originale operetta francese: è un puro caso che sono ambedue ispirate e dedicate alla stessa figura mitologica?

Si tratta di una coincidenza straordinaria che utilizzassero lo stesso mito. Monteverdi intendeva reiventare la tragedia greca, mentre Offenbach non aveva affatto questa idea, è la mia terza regia dei suoi lavori. Offenbach ha traversato numerose strade culturali. Figlio di un musicista klezmer che era cantore in una sinagoga. Come in Kurt Weill (il cui padre era anch’esso un cantore) si possono ascoltare le melodie della sinagoga in tutta la sua musica. D’altronde, cantava nel coro di una sinagoga quando era studente al conservatorio di Parigi. Ciò non vuol dire che la sua musica fosse ebraica, ma ve ne erano elementi nel suo subconscio. Si può ovviamente e naturalmente parlare dei legami di Offenbach con la musica di Mozart, ma il suo carattere sovversivo proviene dalle sue radici ebraiche e tedesche. Era uno studente francese a Parigi, legato a Heinrich Heine. Hanno ambedue un grande senso dell’umorismo. Cosa può essere più rivoluzionario di quello che fa con il mito d’Orfeo? Nella versione originale del mito, il poeta scende all’Ade per le sue qualità canore. Nel lavoro di Offenbach, invece, gli Dei si lamentano per la sua musica. Nel duetto con Euridice, lei lo prega di non suonare il violino perché è così orribile. Mentre altri compositori sanno far piangere anche le pietre, Offenbach fa sorridere anche i peggiori misantropi.

La prima di ‘Orphée aux enfers’ a Parigi fu uno scandalo. Cosa resta oggi del suo radicalismo?

Anche oggi è un lavoro radicale. In primo luogo è una satira della stessa musica e delle sue convenzioni. Inizia con la quintessenza stessa del mito della musica ma prende in giro tutto ciò che è considerato sacro in quel mito, anche la perdita della moglie. Non abbiamo la sacralità del matrimonio tra Orfeo ed Euridice. Lei lo detesta e non apprezza affatto la sua musica. Inoltre, sovverte l’idea stessa del matrimonio. Quale è il suo significato? Lo si vede non solo nell’interazione tra Orfeo ed Euridice ma anche in quella tra Giove e Giunone. Il genio dei greci e dei romani è di avere reso il matrimonio così disfunzionale.

Che ci può dire del suo allestimento per il Festival di Salisburgo

Non posso entrare nei dettagli perché vengono messi a punto durante le prove. Non viviamo ai tempi di Offenbach e non possiamo replicare quanto fosse straordinario ascoltare e vedere il lavoro in quei teatri illuminati a gas con ballerine mezze nude ed una durissima satira in cui si metteva alla berlina proprio il pubblico che rideva (di sé stesso) ed applaudiva. Era un misto di satira politica, spettacolo semi-porn e varietà. Oggi tutto ciò non funzionerebbe. Non tenteremo di ricostruire l’Ottocento, ma di fare una produzione del Ventunesimo secolo in cui Offenbach viene visto con gli occhi di oggi; utilizziamo tecniche del fil muto e del varietà. Il can can è sponsorizzato da Swarovski e sarà molto rivoluzionario.

Barrie Kosky © Jan Windszus

Quanto è sovversivo il Can Can?

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