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A sentire Joseph Daul e Manfred Weber, rispettivamente il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo e il candidato dei popolari alla guida della futura Commissione, ci sarebbe da essere felici di concorrere alla competizione continentale del 26 maggio. Ma basta un pensiero alla condizione del popolarismo italiano e a quello che Daul ha definito compassionevolmente il “contesto difficile italiano”, per ritornare alla dura realtà di un confronto elettorale dominato dalla Lega sovranista (in ascesa) e dai Cinque Stelle populisti in retromarcia. Per non parlare del Pd alle prese con la ricostruzione post-renziana affidata al buonsenso pragmatico ma senza slanci di Zingaretti. Ma soprattutto di un rassemblement (Forza Italia e Udc), unico referente italiano del Ppe, che intravede nella fatidica soglia del 10 per cento la propria dichiarazione di esistenza in vita.

Venuti a Roma per aprire in Italia la campagna elettorale del Partito popolare europeo, Weber e Daul avranno certamente preso atto della grande anomalia italiana: tra i Paesi fondatori dell’Europa, quello che ha avuto in Alcide De Gasperi un protagonista assoluto del disegno politico europeo e in Luigi Sturzo l’anima ispiratrice della presenza dei cattolici in politica, registra una presenza rarefatta della tradizione popolare. Non staremo qui a ripercorrere le cause della crisi del popolarismo italiano e le ragioni per le quali quella storia è rivendicata innanzitutto da un partito leaderistico come Forza Italia, indissolubilmente legato alla figura divisiva di Silvio Berlusconi.

Sta di fatto che nelle parole di Daul e Weber è evidente l’orgoglio dei propri valori cristiani e la convinzione che essi possano ancora ispirare una politica capace di perseguire la giustizia sociale, la solidarietà, la sussidiarietà, l’uguaglianza, la crescita attraverso l’economia sociale di mercato. Così da poter dire, con Daul, che De Gasperi non giocò all’indomani della guerra la carta del nazionalismo e che certamente lui fa parte di quella schiera di statisti per i quali “sia meglio perdere un’elezione che perdere se stessi”. Mentre Weber prova a suggerire cosa direbbe oggi De Gasperi ai popoli e agli elettori europei e italiani. Innanzitutto direbbe “rimanete insieme” per affrontare le grandi sfide del futuro che richiedono coesione e grandi risorse economiche e intellettuali. E poi direbbe “siate visionari” e non accontentatevi delle risposte facili che non sono quelle giuste (vedi i tormenti della Brexit). E infine: “aprite un nuovo capitolo” della democrazia politica e parlamentare europea. Cioè capace di contrastare con la propria coerenza, le proprie proposte e la propria concretezza, le “distorsioni della democrazia diretta” e “le bugie dei populisti”.

Se, come sostengono i massimi esponenti del Partito popolare europeo, la grande sfida sono i sovranismi e i populismi, moderne espressioni dei neo nazionalismi, dovrebbe essere difficile per i cattolici italiani sottrarsi alla domanda: è il popolarismo che ha bisogno dei cattolici o sono i cattolici che hanno bisogno del popolarismo?

I cattolici italiani dovrebbero prendere atto che non è il tempo di essere schizzinosi. Sì, forse saranno costretti ancora una volta a votare “turandosi il naso”, secondo l’espressione montanelliana ripresa persino dal presidente dei vescovi italiani Gualtiero Bassetti per delineare lo stato d’animo dei cattolici, ma la posta in gioco è troppo alta. Se la famiglia del Partito popolare europeo è ancora il luogo nel quale i valori cattolici hanno diritto di piena cittadinanza e possono ispirare la politica in grado di frenare le spinte nazionaliste come è già accaduto all’indomani del secondo conflitto mondiale e garantendo 60 anni di pace, allora bisogna tornare a guardare al popolarismo come la vera alternativa ai nazionalismi.

Ma per fare questo ci vuole coraggio, tanto coraggio. Quello che è mancato in questi anni a tanti leader cattolici, tutti preoccupati della coabitazione con gli “impresentabili” di turno. Quasi che la politica potesse macchiare definitivamente la loro coscienza. Peccato che gli “impresentabili”, nel frattempo, abbiano conquistato la guida del Paese. E che ora provino a dare una spallata neo nazionalista al Continente. Per usare un’espressione di Alain Lebeaupin, nunzio apostolico presso l’Unione europea, questa è “una responsabilità storica” dei cattolici. In particolare di chi ha scelto di essere solo spettatore, di astenersi o di tacere. Con poche lodevoli eccezioni, come ad esempio il Manifesto “Sì all’Europa, per farla”, promosso da due leader cattolici come Carlo Costalli (Mcl) e Giancarlo Cesana (Comunione e Liberazione), gli unici a spendersi pubblicamente e coraggiosamente a favore del Ppe e dei suoi uomini.

Oggi i cattolici italiani sono chiamati ad esercitare ancora una volta la loro “responsabilità storica” per aiutare l’Europa a continuare ad essere il continente della pace e a proseguire il suo cammino nell’integrazione, nel dialogo e nella generatività, come suggerisce Papa Francesco. Lo strumento c’è: il Partito popolare europeo, l’unico erede legittimo di De Gasperi, Schuman e Adenauer. Bisogna che i cattolici italiani ritrovino il coraggio e provino a guardare lontano, già oltre l’orizzonte del 26 maggio.

I cattolici italiani trovino il coraggio di scegliere il Ppe

A sentire Joseph Daul e Manfred Weber, rispettivamente il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo e il candidato dei popolari alla guida della futura Commissione, ci sarebbe da essere felici di concorrere alla competizione continentale del 26 maggio. Ma basta un pensiero alla condizione del popolarismo italiano e a quello che Daul ha definito compassionevolmente il “contesto difficile italiano”, per…

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