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“Anche se a volte ci si smarrisce nel timore di rappresentare il passato, il futuro siamo noi”. Questa frase pronunciata dal sindaco Beppe Sala, il vero protagonista politico della manifestazione contro il razzismo svoltasi ieri a Milano, è molto significativa.

In essa sembra affiorare non soltanto l’adesione al mito del progresso, che pure è sotteso ed è il vero nucleo forte dell’ideologia della sinistra (il mondo deve per forza di cose andare sempre avanti verso il raggiungimento dei propri obiettivi). Più radicalmente, quasi fosse una excusatio non petita, nelle parole del primo cittadino sembra emergere la consapevolezza, forse inconscia, di appartenere ad un periodo storico, quello delle battaglie per i diritti e per il multiculturalismo globalista (suppergiù gli ultimi tre decenni del Novecento), che la realtà, con la dura forza dei fatti, ha provveduto a smentire clamorosamente.

Il mondo di We are the world, non a caso una delle canzoni più cantate ieri, o dei “mille colori” di una vecchia pubblicità di maglioni, è davvero finito. Esso celava una visione impolitica e ingenua della realtà, impantanatasi teoricamente nelle mille contraddizioni del “politicamente corretto” e contraddetta praticamente dalla mancata integrazione o convivenza fra le culture e dall’esplosione del terrorismo identitario. È in questo contesto che può nascere il razzismo, il quale andrebbe combattuto nelle sue cause piuttosto che nelle sue manifestazioni concrete. Le quali, in un popolo di vecchia civiltà quale il nostro, sono praticamente inesistenti: gli italiani non sono quasi mai stati, né tantomeno lo sono ora, razzisti. Gli episodi che possono essere ascritti a questo fenomeno sono davvero pochissimi, non più che nel passato nonostante la presenza sul nostro territorio di molti più stranieri che un tempo.

Mettere su una manifestazione contro il razzismo, così come riempire pagine e pagine di (certi) giornali sul tema, visto alla luce di questa osservazione di semplice buon senso, non può che avere un significato preciso: politico. La manifestazione di ieri aveva un solo scopo: dare addosso al governo e in particolar modo all’odiato Salvini. Del quale non ci si vuole limitare a criticare anche aspramente, come è legittimo fare in democrazia, le tesi e le politiche, a cominciare da quelle migratorie, ma si vuole arrivare a una sua delegittimazione morale che lo escluda a priori dal gioco politico. Nulla di nuovo sotto il sole! E’ un tentativo già fatto dalla sinistra con Craxi prima e Berlusconi poi (il primo è stato ora riabilitato, il secondo è in procinto di esserlo). Ma è anche un tentativo che non ha mai portato a nessun risultato pratico da un punto di vista elettorale e ha anzi posto la sinistra contro il senso comune di quella che un tempo era la sua base sociale.

Di qui un altro elemento da sottolineare nella manifestazione di ieri, che non a caso si è svolta a Milano. La sinistra che è scesa in piazza era per lo più borghese, cosmopolita, benestante. I veri deboli, anche quelli immigrati, se ne sono tenuti ben lontani. Sono loro, infatti, che vivono quotidianamente, nelle periferie delle città e del Paese, i problemi della convivenza e di un’emigrazione che non è stata gestita con accortezza come avrebbe dovuto e potuto essere.

Che il razzismo sia sotto controllo, in questa situazione, nonostante le strumentalizzazioni di piazza, è davvero un miracolo. E non andrebbe evocato. Che i proletari non votino più a sinistra, e casomai votino l’odiato Salvini, è invece fin troppo logicamente spiegabile.

Contro il razzismo o contro il governo? Perché la sinistra sbaglia strategia

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