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Ci sarebbe anche una società italiana, la milanese Hacking Team, tra le aziende che avrebbero contribuito a potenziare l’arsenale cyber dei sauditi, in particolare del principe ereditario Mohammed bin Salman. Cyber armi, che secondo l’editorialista David Ignatius, sarebbero state usate a fini di spionaggio non solo di terroristi, ma anche di dissidenti come il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso a Istanbul da agenti di Riad.

LA RICOSTRUZIONE DEL WAPO

In un articolo pubblicato sul Washington Post (testata con la quale Khashoggi collaborava), Ignatius – considerato una delle firme più autorevoli del quotidiano americano – racconta (senza fornire prove, va detto) che a prendere contatti con Hacking Team sarebbe stato Saud al-Qahtani, uno dei più stretti collaboratori di MbS (nome con cui il principe, sospettato di essere il mandante dell’omicidio di Khashoggi, viene chiamato dalla stampa d’oltreoceano). Lo stesso al-Qathani è una delle due persone indicate dalla Turchia come responsabile direttamente della morte di Khashoggi.

LE ATTIVITÀ HACKING TEAM

Già nel 2011, ricorda Repubblica, “Hacking Team è venuta alla luce per la prima volta a livello pubblico quando Wikileaks ha rilasciato dei documenti che parlavano dell’azienda italiana. Da quel giorno in poi sia attivisti che giornalisti di mezzo mondo hanno cercato di capire di più riguardo la società […] finita più volte sotto la lente di ingrandimento dei media internazionali, ma anche da parte di gruppi di attivisti che hanno documentato quello che HT in realtà aveva sempre giurato di non fare: ovvero vendere i propri software non a governi (e quindi forze di polizia ed intelligence) democratici, ma a regimi e governi repressivi”. Dai documenti pubblicati dagli hacker “sembra che HackingTeam abbia invece venduto i suoi software a Kazakistan, Arabia Saudita, Oman, Libano, Mongolia, Sudan, Russia, Tunisia, Turchia, Nigeria, Bahrain, Emirati Arabi (più altre dozzine di Paesi occidentali come Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Lussemburgo, Spagna, Polonia, Germania, Svizzera) e che, come scrive il CitizenLab, un laboratorio di attivisti, alcuni di questi paesi abbiano utilizzato questi potenti strumenti non per sconfiggere la criminalità o il terrorismo ma per spiare giornalisti ed attivisti politici”.

LA RETE DI SORVEGLIANZA

L’intelligence saudita, evidenzia il WaPo citando documenti pubblicati da Wikileaks nel 2015, avrebbe ottenuto nel 2013 da Hacking team (creatrice del trojan Rcs Galileo) strumenti per penetrare iPhone e iPad, e due anni dopo avrebbe chiesto un accesso simile a smartphone con sistema operativo Android. Al-Qahtani – già membro dell’aeronautica militare saudita e personaggio molto influente alla corte reale di Riad, dove è responsabile del Center for Studies and Media Affairs – avrebbe poi acquistato software per intercettazioni da due compagnie israeliane, NSO Group e Q Cyber Technologies, e da una società emiratina, DarkMatter. Sarebbe stata la combinazione di questa tecnologia, a detta di Ignatius, a consentire la costruzione di un sistema di sorveglianza degli oppositori di MbS.

LA PARTNERSHIP

Sempre secondo la ricostruzione della testata americana, sarebbe stato al-Qathani – che iniziava a collaborare in modo sempre più stretto con MbS, a scrivere nel giugno del 2015 ai vertici di Hacking team (che avrebbe come clienti circa 40 governi) chiedendo la lista completa dei servizi aziendali e a proporre alla compagnia italiana “una lunga partnership strategica”.
Il rapporto tra la società milanese (che dopo un congelamento delle attività aveva ottenuto ad aprile del 2015 il via libera alla commercializzazione del software in 46 Paesi, tra cui l’Egitto con il quale è ancora aperto il caso Regeni) e Riad si sarebbe poi stretto ulteriormente dopo che Hacking Team visse difficoltà finanziarie dovute, sempre nel 2015, a una fuga di dati che rese pubblici documenti riservati della stessa impresa, cioè mail private e immagini per circa 400 gigabyte.
Fu allora che si sarebbero fatti avanti investitori sauditi, nello specifico una compagnia basata a Cipro, la Tablem Limited, guidata da un imprenditore della famiglia di Al-Qahtani, che nel 2016 comprò il 20% di Hacking Team.

Caso Khashoggi, le cyber relazioni tra Riad e l'italiana Hacking Team secondo il WaPo

Ci sarebbe anche una società italiana, la milanese Hacking Team, tra le aziende che avrebbero contribuito a potenziare l'arsenale cyber dei sauditi, in particolare del principe ereditario Mohammed bin Salman. Cyber armi, che secondo l'editorialista David Ignatius, sarebbero state usate a fini di spionaggio non solo di terroristi, ma anche di dissidenti come il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso a Istanbul…

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