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Ieri il Senato americano ha approvato all’unanimità (ossia, maggioranza completa di repubblicani e democratici) una risoluzione che assegna al principe ereditario di Riad, Mohammed bin Salman (anche MbS), la responsabilità ultima per l’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi – editorialista del Washington Post che si era rifugiato in Virginia perché temeva per la sua sicurezza visto le posizioni critiche che aveva preso contro il futuro del regno, e che il 2 ottobre è stato ucciso nel consolato del suo paese a Istanbul da una squadraccia dei servizi segreti.

L’editorial board del WaPo ha sottolineato, toccato anche emotivamente dall’uccisione di una delle firme forti che il giornale vantava (Khashoggi era molto letto e seguito in tutto il mondo), che “il voto è stato un forte ripudio del rifiuto del presidente Trump di accettare la verità sul principe ereditario; e dovrebbe indurre il presidente a riconsiderare” la sua posizione. Donald Trump ha sempre negato il coinvolgimento di bin Salman, spiegando apertamente che questa sua posizione era anche collegata alla necessità di non intaccare le relazioni, e il business, con l’Arabia Saudita. Ma questa posizione va contro a diverse ricostruzioni che vogliono il principe come mandate dell’omicidio di quella che veniva considerata una voce dell’opposizione al nuovo corso del potere che lui stesso incarnava.

Ma la posizione della Casa Bianca va contro una ricostruzione che la Cia ha fatto trapelare sui media, senza smentire, che accusa appunto bin Salman di aver ordinato l’azione ai suoi uomini con l’obiettivo di spaventare l’oppositore – poi, evidentemente, la cosa è sfuggita di mano in modo incontrollabile, ma secondo certe ricostruzioni il principe aveva piena conoscenza di quello che stava accadendo al consolato (anche perché del killing team facevano parte fidati consiglieri di bin Salman in contatto diretto con lui).

Il Senato nel documento approvato indica MbS come “personalmente responsabile” di ciò che è accaduto al giornalista e chiede “un adeguato trattamento per tutti i responsabili”. La mossa della Camera alta americana dovrebbe servire come messaggio a Trump, e alla corte di re Salman, per chiarire che le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita “non possono continuare senza cambiamenti”, dice il WaPo nel fondo scritto dal suo consiglio editoriale.

E forse è realmente così, anche perché contemporaneamente, sempre ieri, il Senato ha anche approvato – con un voto a maggioranza 56 contro 41 – una risoluzione per chiedere al governo americano di sospendere immediatamente l’appoggio all’Arabia Saudita nella guerra in Yemen. I sauditi, dal 2015, sono impegnati in un’operazione militare di contenimento dell’avanzata dei ribelli separatisti Houthi, collegati all’Iran: i risultati della campagna a guida saudita sono stati scarsi, mentre il paese è precipitato in una crisi umanitaria legata al conflitto e i contrattacchi delle forze di liberazione hanno prodotto centinaia di vittime civili (tra morti e feriti).

L’azione dei senatori, fatta ai sensi del War Powers Act, è storica e sfrutta la contingenza temporale del caso Khashoggi. Da tempo i legislatori americani  – ma anche in altri paesi europei – chiedono ai propri governi di bloccare l’appoggio all’operazione saudita (che è considerata una delle più forti mosse di politica estera di bin Salman e dunque del nuovo corso del regno). L’amministrazione finora s’è sempre difesa sostenendo che non esiste un ruolo formale americano nel conflitto, se non per quel che riguardava il rifornimento aereo, che però è già stato interrotto – in realtà si sa che gli Stati Uniti aiutano i sauditi e gli alleati emiratini nella designazione dei bersagli, attraverso intelligence sul campo e satellitare.

Ora la risoluzione ha un complesso percorso legislativo per diventare definitiva. Per essere legge deve infatti passare il voto della Camera, dove sulla vicenda le posizioni sono molto più sfumate e fino a gennaio la maggioranza è in mano ai repubblicani con un accento fortemente trumpiano delle posizioni – il WaPo chiede allo speaker Paul Ryan, repubblicano che ha già annunciato la volontà di uscire dalla politica, di chiudere la sua carriera con “un tocco d’onore” e di programmare un voto sulle risoluzioni per la prossima settimana.

Anche se la Camera votasse favorevolmente, però, il presidente ha la possibilità di porre il veto e a quel punto al Senato e alla Camera servirebbe un voto con la maggioranza dei due terzi dei rappresentanti per superare il veto presidenziale. Al momento è difficile, insomma, che la vicenda rappresenti qualcosa di più di un grosso messaggio mandato dai congressisti all’amministrazione.

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