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I giacimenti non seguono i confini amministrativi segnati dagli uomini. E le riserve italiane potranno essere estratte in tutta serenità da croati, greci, albanesi e montenegrini appena un metro più in là dalla linea immaginaria di confine. Nelle affermazioni del giornalista del Sole 24 Ore Jacopo Giliberto, che oggi ha firmato un intervento sul tema trivelle, c’è tutto il paradosso che dagli anni Ottanta accompagna in Italia il rapporto tra ambiente e sviluppo economico, equazione costruita sulla pancia e mai sull’evidenza dei dati.

Prima il referendum per chiudere le centrali nucleari 1987, come se un ipotetico incidente al confine francese mettesse l’Italia al riparo da una potenziale catastrofe nucleare, poi dal 1992 l’accelerazione sempre maggiore contro le opere pubbliche e la necessità di intensificare i controlli e disciplinare le procedure (Antonio Di Pietro nel 1997 divenne ministro delle Infrastrutture), poi la “deriva” ambientalista con le battaglie dal 2007 in poi contro trivelle e gasdotti, che hanno aperto la strada al no a tutto. In mezzo la Legge Obiettivo (2001), la cui finalità era quella di riportare in agenda il tema delle infrastrutture come leva strategica dello sviluppo. Poco per un Paese che negli ultimi trenta anni ha realizzato solo il 13% di nuove infrastrutture e che, Alta Velocità ferroviaria a parte (a proposito quando il Paese si decide di ricordare come merita un civil servant come Lorenzo Necci?) di nuove strade ne ha realizzate davvero pochine.

Alla viglia della nuova manifestazione del Sì Tav il prossimo 12 gennaio a Torino (almeno 60 sindaci da Lega a Pd parteciperanno per ribadire il loro parere positivo sull’opera), e della iniziativa del Comitato No Triv a Bari il prossimo 14 gennaio, la vicenda trivelle e quella della Tav sull’analisi costi-benefici alimentano ancora di più una confusione (ammantata di populismo e voglia di non prendere alcuna decisione) di cui tutti vorremmo fare a meno.

Quanto sta accadendo in questi giorni è un ulteriore tassello negativo che rischia di minare la credibilità e la reputazione del Paese: le autorizzazioni per trivellare sono legittime o no? L’analisi costi-benefici della Tav può (ri)mettere in discussione un‘opera che l’Europa ritiene strategica?

Quanto influisce questo dibattito sulla base del M5S alla vigilia delle elezioni Europee? La mia preoccupazione è che, per evidenti ragioni politiche, non si prenderà alcuna decisione in un verso o nell’altro, lasciando investitori, imprese e territori in un limbo che è la metafora dell’Italia, dove la responsabilità di decidere è un cerino troppo ingombrante (chiedere al ministro del Sud Lezzi).

Del resto tra le riserve di chi criticava l’allora riforma del Titolo V, votata a maggioranza dal centrosinistra del 2001, al primo posto c’era la conflittualità che questa anomala ripartizione di competenze avrebbe generato. E, si sa, nella confusione gli investitori preferiscono andare altrove. E questa volta non devono fare tanta strada, ma spostarsi di qualche metro più in là.

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