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L’obiettivo del governo italiano è quello di ridurre le partenze dei migranti. È così che recita il comunicato emesso ieri da Palazzo Chigi, dopo il vertice informale tra il premier Giuseppe Conte, Elisabetta Trenta, Enzo Moavero Milanesi e Matteo Salvini. “Nel corso della riunione di oggi su immigrazione e Libia, abbiamo preso atto positivamente dell’impegno dei ministri degli Esteri – assunto a Vienna il 31 agosto scorso – di trovare una soluzione comune per distribuire le persone salvate in mare tra i vari Stati membri”. Un problema, quello dei flussi migratori, su cui l’Italia batte con costanza e che accende l’allarme nel Paese a causa delle molteplici situazioni di instabilità che si stanno riaccendendo in Medioriente. Su tutte la Libia, appunto, ma anche la Siria e l’Egitto. “La questione è se lasciare sola l’Italia, di fronte alle navi che arrivano dalla Libia, oppure dare una certa solidarietà”. Così anche Angela Merkel, in conferenza stampa con Andrej Babis, che al contrario ha riferito di non condividere la distribuzione dei migranti, ha mostrato di aver colto nel segno, almeno a parole, le aspettative italiane.

E mentre i media arabi, nel racconto degli scontri di Tripoli, hanno posto l’accento sullo scontro tra Italia e Francia, condannando la nostra diplomazia a una sconfitta contro quella francese, la domanda che sorge spontanea è proprio se, e come, i flussi migratori potranno riprendere ad aumentare nei prossimi giorni o mesi. Formiche.net ha ascoltato le considerazioni di Matteo Villa, esperto di migrazioni e research dell’Ispi. “Il mediterraneo, nella sua formazione anche geografica, ci mostra che tutte le situazioni, almeno a livello migratorio, sono collegate ma solo parzialmente”, esordisce Villa. Per quanto riguarda la Libia ”il fatto che ci sia una forte instabilità, che mette addirittura in discussione il governo centrale di Tripoli, ci fa chiedere come si muoveranno le milizie, che negli ultimi anni erano arrivate a controllare in maniera molto netta i traffici, tanto che nel 2017 si è registrato stato un calo delle partenza dalle coste libiche di circa l’80%”. Specificando come questo sia “un dato che rende l’idea di quanto le milizie siano decisive per il controllo dei flussi. E allo stesso di quanto questa destabilizzazione possa mettere a rischio questa collaborazione”.

La questione comunque si può guardare anche da un altro punto di vista. “D’altra parte le stesse milizie che gestivano i flussi hanno subito duri colpi. Come quello avvenuto a Sabratha e Zawya, da cui provenivano la maggior parte dei flussi e da cui ora non parte più quasi nessuno. I traffici si sono spostati a est di Tripoli, anche se nell’ultimo agosto le partenze dalle coste libiche, che io stimo intorno a 1300, hanno registrato il livello più basso dal 2012”. Un dato storico, considerando la stagione estiva. E la questione che a questo punto solleva l’esperto è:“Di questo dato importante il governo se ne è attribuito il merito, ma il problema è che ora con la crescente instabilità nel Paese, bisogna vedere se questi accordi informali di contenimento dei traffici potranno reggere o meno. E poi, ad oggi, bisogna considerare quanto le milizie sarebbero in grado di riorganizzarsi in poco tempo, sapendo anche che non ci sono più mezzi di soccorso vicino le coste, in modo da non dover guidare le imbarcazioni fino ai porti.”

Un’analisi che permette di ricostruire gli ultimi mesi, ma che lascia una scia di fumosa incertezza per il futuro.“In conclusione non so fino a che punto gli sbarchi possano riprendere e aumentare, ma certo è che in questo momento di altissima tensione bisognerà tenere gli occhi ben aperti, anche considerando che siamo ancora a settembre e il tempo è ancora mediamente buono”, ha concluso Villa. Senza dimenticare, però, il punto di vista dei migranti e della popolazione libica in genere che, come dice l’analista dell’Ispi “è chiaro comunque che siano in pericolo in un momento di così alta instabilità e che la situazione sia sicuramente tragica. I migranti sono una parte della popolazione libica, insieme a tanti stranieri, una delle parti vulnerabili di questa situazione. E questo perché non riescono quasi mai a capire il contesto e se si possono fidare”.

Non per ultimo, Villa fa riferimento anche alla situazione in Siria, che con l’avvicinarsi dell’offensiva finale su Idlib, vive momenti di tensione e crescente disagio anche per le sorti della popolazione. “Per quanto riguarda la Siria invece il discorso si fa inverso. Sicuramente quest’ultima offensiva genererà degli spostamenti, ma ormai quelli che dovevano partire sono già partiti. E molti sono rimasti comunque nelle zone attorno, cioè Turchia, Giordania e Libano. Il problema quindi diventa non tanto quello dei flussi verso l’esterno, quanto quelli di ritorno. Anche in Libano per esempio ora la situazione si sta facendo bella pesante e molti dei siriani che si trovano lì stanno ricevendo pressioni per rientrare”.

E infine l’Egitto, che secondo l’esperto in questo momento vive un momento emblematico dal punto di vista dei flussi migratori: “Sono quasi due anni che dal Paese non parte nessuno. Qualcuno parte dalla Libia ma in linea generale l’Egitto è diventato molto impermeabile ai flussi migratori. Le persone li evitano”. E da un lato perché consapevoli di ciò che potrebbe attenderli, dall’altro per l’impossibilità oggettiva a partire. Afferma infatti Villa “In parte perché nel resto della Libia c’è Haftar e gli egiziani hanno già idea di che tipo di contesto sia e lo evitano. In parte perché i problemi interni e la crisi economica che sta vivendo il Paese non consentirebbe alle persone di poter prendere una barca per poter raggiungere l’Italia”.

Inoltre, come se non bastasse, “la maggior parte dei migranti egiziani che sono in Italia, vi sono ormai da 10-20 anni e sono decisamente integrati, tanto da intravedere in un nuovo flusso migratorio una minaccia che destabilizzerebbe la propria integrazione”, conclude Matteo Villa.

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