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Va detto con franchezza, anche perché i tempi lo richiedono (soprattutto in vista del delicato autunno politico in arrivo). Il governo tenta di fare il suo mestiere, avviluppato in divergenze ormai piuttosto evidenti e, per certi versi, sorprendenti, visto che siamo a poco più di un mese dall’insediamento. C’è molta confusione e imponente malumore sull’attivismo di Salvini che “sconfina” quotidianamente nelle competenze di colleghi ministri (Tria, Moavero, Toninelli, Grillo, Trenta), c’è un decreto “dignità” che trova nella Lega solo opinioni contrarie (di cui è emerso si e no il 10%), c’è tensione sui temi economici più generali, con l’uscita di Paolo Savona di ieri che ha avuto lo stesso effetto di un barattolo di olio al peperoncino versato su una ferita aperta. Per non parlare della vicenda Ilva, che conosce oggi una escalation importante con la decisione del ministro Di Maio di mandare tutte le carte all’Anac.

Già perché se sul piano politico la mossa può risultare vincente (anche allo scopo di mettere nel mirino il predecessore Calenda), sul piano governativo e di politica industriale può significare invece il congelamento di tutta la vicenda, con esiti difficili da prevedere soprattutto in casa del compratore straniero (il gruppo indiano Mittal). Quindi sul lato della maggioranza i nodi al pettine del premier Conte cominciano ad essere difficili da sciogliere (o forse persino capaci di rompere il pettine). Però sul fronte avverso c’è un tale misto di confusione e malafede che pare difficile vedere un’evoluzione positiva per la sinistra italiana.

Il Pd infatti è come prigioniero di una bolla, gonfiata con gas tossico, da cui non riesce a liberarsi. Si prenda il dibattito che ha ripreso forza in queste ore sul rapporto con il M5S, grazie alle parole di Emiliano e Franceschini, ma anche per i ragionamenti di Delrio. Facciamo allora un minimo da marcia indietro, tornado al momento (maggio di quest’anno) in cui Di Maio apre formalmente ad un confronto con il Pd, raccogliendo una certa disponibilità di Martina. Cosa accade a quel punto? Accade che Renzi va in Tv e spara cannonate contro il M5S, riuscendo a imporre la sua linea nel quasi totale silenzio degli esponenti più importanti del suo partito, che perdono la battaglia senza nemmeno provare a vincerla. Nasce quindi il governo Salvini-Di Maio, cui il Pd si oppone rinunciando a giocare la carte di condizionare il movimento “da vicino”.

Ebbene adesso quegli stessi dirigenti che non hanno saputo giocare e vincere quella partita propongo un dialogo con il movimento, scegliendo cioè la via obliqua degli accordi parlamentari anziché quella diretta dell’accordo di governo. Questa condotta politica è opaca e miope, perché intrisa di tatticismo oltre il tasso tollerabile e perché figlia di una assenza di coraggio che non può essere apprezzata. Il Pd ha avuto la sua occasione e l’ha sprecata, a mio avviso sbagliando. Però adesso si dimostri coerente con la linea che ha scelto, se ne è capace.

politica, pd, toscana,

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