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Venerdì 20 e sabato 21 ottobre la Repubblica Ceca va alle urne per rinnovare la Camera dei deputati. Il governo uscente è guidato dal socialdemocratico Bohuslav Sobotka, dal 2011 a capo del Čssd e dal 2014 primo ministro. L’esecutivo da lui presieduto è una coalizione composta dai socialdemocratici, da Ano 2011 e dall’Unione cristiana e democratica-Partito popolare cecoslovacco (Kdu-Čsl).

Si tratta, quindi, di una compagine di governo in cui trovano posto il centrosinistra, i centristi e anche i populisti euroscettici di Ano, la formazione guidata dal magnate Andrej Babiš, titolare di un impero economico e secondo uomo più ricco del Paese. Proprio Ano è attualmente in testa ai sondaggi e Babiš potrebbe diventare il prossimo premier della Repubblica Ceca.

LA RISCOSSA DEI “CITTADINI INSODDISFATTI” 

I sondaggi più recenti dicono che Ano è forte del 26,5% del consenso popolare, seguito dal Čssd e dal Partito comunista, rispettivamente a quota 14,5% e 13%. Il possibile successo della lista di Babiš – il cui nome significa “sì” ma è anche l’acronimo di “Azione dei cittadini insoddisfatti” – rappresenterebbe un’ulteriore avanzata populista nell’Unione europea. Questo partito anti-establishment e grande sostenitore del mondo imprenditoriale, ha come capo una figura euroscettica, fondamentalmente contraria all’euro e all’ospitalità dei migranti sul suolo ceco, anche se magari non con la stessa veemenza e retorica del premier ungherese Viktor Orbán. Il magnate che aspira a guidare la Repubblica ceca di recente ha anche proposto di sigillare i confini della Nato per sbarrare la strada ai migranti. Tutto ciò ha contribuito a rendere popolare tra gli elettori cechi sia lui che il suo partito.

Il messaggio di Ano trova terreno fertile in un Paese dove, secondo i più recenti sondaggi, solo il 30% dei cittadini intervistati mostra di avere fiducia nell’Ue e solo il 25% è favorevole all’adozione della moneta unica (a Praga si usa ancora la corona ceca). In un tale contesto, il partito di Babiš ha buon gioco e – per quanto in Europa sia membro dei liberaldemocratici dell’Alde, pur non avendo un orientamento liberale dei più tradizionali -, con la sua propaganda, contribuisce ad inasprire gli animi nei confronti delle politiche comunitarie.

Ano intercetta i malumori sia di destra sia di sinistra, tanto che anche formazioni lontane dall’orizzonte euroscettico hanno dichiarato orientamenti poco inclini all’euro e all’accoglienza dei rifugiati per paura di perdere consensi elettorali nelle urne ceche a favore del partito del magnate.

FRA CRISI DI GOVERNO E IMMUNITÀ PARLAMENTARE 

Il 63enne Babiš è temuto dallo stesso Čssd (con cui pure è stato in coalizione sino ad ora), come dimostra la crisi di governo annunciata lo scorso maggio, dovuta proprio a equilibri interni alla maggioranza.

Poco più di cinque mesi fa, infatti, il premier Sobotka aveva annunciato, un po’ a sorpresa, le dimissioni del suo governo. A sorpresa, perché l’esecutivo aveva dimostrato fino ad allora di essere relativamente stabile. La decisione del primo ministro aveva a che vedere con la coabitazione con il vicepremier e ministro delle Finanze Babiš, sospettato di evasione fiscale, di illeciti con i quali si sarebbe arricchito, e indagato anche dall’Ue per frode. Accuse per le quali, qualche giorno fa il Parlamento di Praga, ha dato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti (ma in caso di rielezione nella nuova Camera dei deputati, Babiš riacquisterebbe l’immunità), proprio nei giorni in cui la Corte costituzionale slovacca riapriva il caso relativo ai presunti rapporti fra il magnate e i servizi segreti della Cecoslovacchia comunista.

La crisi di governo – poi rientrata – era scoppiata ufficialmente per queste ragioni, ma nascondeva un retroscena fatto di tensioni fra i due partiti e di preoccupazione dei socialdemocratici per i magri risultati elettorali da loro ottenuti negli ultimi tempi. Basti pensare che il Čssd ha perduto il 10% degli elettori a favore di Ano.

Per Sobotka, la crisi è stata quindi anche un modo, forse l’ultima possibilità, di attirare l’attenzione degli aventi diritto sui problemi riguardanti la figura e l’attività di Babiš. Quest’ultimo ha dovuto rassegnare le dimissioni dall’incarico ministeriale, ma la vicenda sembra non abbia scalfito la sua popolarità. Il Paese non è comunque andato al voto anticipato, una mossa percepita come azzardata per il governo e in particolare per i socialdemocratici, che hanno cercato invano di recuperare i consensi perduti. Ora le parti si trovano a un passo dalla verifica elettorale che potrebbe premiare le pulsioni populiste e contrarie alla cosiddetta “politica convenzionale” di parte dell’elettorato ceco.

LINEA DURA SUI MIGRANTI 

Il governo uscente si è contraddistinto per il rifiuto della politica concepita dall’Ue in ambito migranti e, al pari degli altri membri del Gruppo di Visegrád (V4), ha respinto il criterio delle quote di accoglienza. Presentando, nel giugno scorso, la relazione mensile sull’attuazione dei ricollocamenti, il commissario europeo agli Affari interni Dimitris Avramopoulos ha annunciato provvedimenti contro l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca per la loro indisponibilità a collaborare al piano. Nella circostanza, il socialdemocratico Sobotka ha affermato che Praga continuerà a impegnarsi contro un sistema di quote considerato ingiusto. Analogo il punto di vista sul principio – visto dalle autorità ceche come ricattatorio – che vincola l’erogazione dei fondi comunitari all’accoglienza dei migranti.

In un Paese che fa rilevare una situazione economica solida, con una crescita stimata al 2,4% per il 2016, valori analoghi per il periodo 2017-2018, e un tasso di disoccupazione del 5,2% (la media Ue è del 8,7%), si profila quindi il successo delle forze euroscettiche e populiste. Il quadro politico e i sondaggi fanno apparire tutt’altro che remota la possibilità di uno sbocco a destra con un governo contrario alla strategia Juncker-Macron-Merkel e che si caratterizzerebbe per un più netto allontanamento da Bruxelles. Un governo che potrebbe contribuire in modo ancora più deciso allo strappo europeo di cui è protagonista il V4 e alla levata di scudi per un’Ue libera dalla “dittatura della tecnocrazia”.

(Articolo tratto dal sito AffarInternazionali)

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