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In un precedente intervento, parlando della complessa situazione politica italiana, avevamo detto che il sovranismo era “destituito di qualsiasi senso storico”. Giudizio apodittico, che invece va argomentato. Il sovranismo altro non è che la versione aggiornata del vecchio nazionalismo: un movimento che caratterizzò gli inizi del ‘900 ed assunse forme varie nei diversi Paesi occidentali. Fino a sfociare nel fascismo e nel nazismo. Quello era anche il periodo della prima fase della globalizzazione che si interruppe con la Grande guerra e si trascinò fino al secondo conflitto mondiale. Globalizzazione – ecco una seconda analogia con i tempi moderni – ch’era stata il frutto del salto tecnologico che si era verificato: l’uso intensivo dell’energia elettrica, la realizzazione di nuove leghe metalliche, la chimica, il motore a scoppio e via dicendo.

Fenomeni che potenziarono al massimo le capacità di sviluppo del sistema capitalistico e contribuirono a quel passaggio di fase dalla vecchia concorrenza di tipo manchesteriana alle più moderne strutture oligopolistiche. Insomma: la nascita di quel sistema monopolistico che, nel breve volgere di pochi anni, era diventata la struttura dominante delle economie più avanzate. E, al tempo stesso, foriera di nuove contraddizioni nell’ordinato svolgimento della vita civile. Quella di maggiori proporzioni si rilevò essere la ristrettezza del mercato interno, a causa di una stratificazione sociale, che non consentiva il giusto equilibrio tra un livello di consumi, ancora condizionato dalla diffusa povertà della classe operaia – l’America di Henry Ford fu un’eccezione – e la forza del meccanismo produttivo.

Nelle condizioni date, solo l’esportazione di capitale diveniva la risposta ad una possibile crisi di sovrapproduzione. Nascevano così le basi strutturali che avrebbero portato all’imperialismo. Ossia ad una politica di conquista verso terre lontane. Alla continua ricerca di mercati di sbocco ricchi di materie prime – si pensi al petrolio – e pronti ad accogliere quei movimenti migratori che dalla metropoli occidentali si trasferivano nel “nuovo mondo”. Non solo nelle Americhe. Anche un imperialismo “straccione”, come quello italiano, giustificò la conquista della Libia con l’esigenza di farne un giardino fecondato dal lavoro di migliaia di connazionali.

Varie furono le teorie che cercarono di giustificare il fenomeno. Dalle prime analisi pioneristiche di Hobson, a quelle più mature di Hilferding e di Lenin. A loro volta portatori di due visioni antitetiche: socialdemocratico il primo, bolscevico e quindi comunista il secondo. Differenze profonde. Il primo ipotizzava l’assoluto predominio di un capitale finanziario apolide, destinato a governare il mondo, superando le distinzioni nazionali. Il secondo, invece, riteneva che il capitale monopolistico altro non era che un intreccio tra il capitale finanziario e quello industriale, dalla cui “santa alleanza” non potevano che discendere pulsioni politiche rivolte alla conquista, manu militari, di nuovi territori.

Comunque sia, il nazionalismo di allora non è stato mai autarchico. La stessa politica di Mussolini, dopo “quota ’90” che portò alla rivalutazione della lira nei confronti della sterlina – allora moneta universale negli scambi internazionali – non intendeva rinchiudersi nei confini del Regno d’Italia. Voleva, invece, costruire un impero da consegnare in dote a Vittorio Emanuele. In altre parole l’agitare un sentimento nazionale altro non era che lo strumento politico per perseguire la politica di un “posto al sole”. Allargare cioè i confini del vecchio Stato unitario e gestire da Roma, divenuta capitale imperiale, un territorio enormemente più vasto.

Del resto non poteva essere altrimenti. Rinchiudersi nei vecchi confini avrebbe comportato quella crisi che proprio le politiche imperialistiche cercavano di evitare. Le strozzature di un mercato interno, fin troppo asfittico, avrebbero determinato una crisi di sovrapproduzione e quindi la distruzione della base materiale su cui si reggevano i diversi regimi. Cose da tenere a mente, quando si ipotizzano, nella seconda fase della globalizzazione, innalzamento di muri, chiusure dei ponti levatoi e via dicendo. Questa prospettiva non esisteva cento anni fa, figuriamo oggi. Con un progresso tecnologico mille volte più potente.

Quel progresso che sosteneva l’ottimismo di John Maynard Keynes. Secondo il quale negli ultimi trent’anni le conquiste della scienza e della tecnica avevano prodotto risultati superiori ai due mila anni di storia precedente. Ed erano gli anni ’30. Quando ancora, in alcuni campi, come l’elettronica, si compivano i primi passi. Non dimentichiamo che i primi computer rudimentali nacquero nel corso della Seconda guerra mondiale, per consentire alla contraerea un puntamento automatico, per intercettare il veicolo che, nel frattempo, aveva proseguito la sua corsa.

Dovrebbero bastare questi semplici elementi di riflessioni per dimostrare lo scarso fondamento di chi sogna un ritorno ad un passato, che non c’è mai stato. Nel frattempo, il mondo è diventato troppo piccolo per essere frammentato in tante mini province autosufficienti. Nemmeno fossimo tante piccole comuni. Ed ecco allora che la riscoperta necessaria di un sentimento nazionale, tanto più importante per un Paese come il nostro malato di ecumenismo, deve avere caratteristiche diverse. Quella della difesa intransigente degli interessi fondamentali della nostra gente, ma nel gioco dei grandi equilibri internazionali. Il che significa una cosa molto semplice: far valere le nostre ragioni in tutte le possibili sedi. Ma senza teorizzare fughe o exit più o meno azzardate. Sarebbe abbandonare in anticipo una partita da cui dipende la nostra futura sopravvivenza.

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