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Nulla di fatto al vertice dell’Opec a Vienna: niente accordo per un congelamento, una riduzione, un tetto individuale, alle produzioni di petrolio; operazione che potrebbe permettere un rialzo dei prezzi, ormai attestati appena sotto alla soglia dei 50 dollari al barile, dopo il crollo nel periodo a cavallo del 2014/2015. Unica novità: (ri)nomina a segretario del nigeriano Mohammed Barkindo, che ha sostituito il settantaseienne libico Abdalla El-Badri in carica da nove anni perché dal 2012 in poi le divisioni all’interno dell’organizzazione avevano impedito di raggiungere un accordo su un altro nome. Decidere il nuovo frontman era lo scopo dichiarato della riunione, ma quello che contava veramente era lo scenario.

L’ASSENZA RUSSA

Tra le principali notizie uscite dalla riunione dei paesi esportatori l’assenza della Russia, che non è membro Opec ma che aveva partecipato alla precedente riunione intermedia di metà aprile a Doha, chiusa anche quella senza nessun accordo, dopo che due mesi prima i delegati di Mosca e Riad avevano trovato un’intesa preventiva per congelare le produzioni ai ritmi (già alti) di gennaio. Sull’assenza di un accordo pesa ancora, come aveva pesato nell’occasione dell’incontro di Doha, la volontà dichiarata dall’Iran di incrementare, anziché ridurre o bloccare, le proprie produzioni: una scelta legata al superamento delle sanzioni internazionali arrivato dopo la firma del luglio scorso sul deal nucleare. Teheran vuole recuperare il terreno perduto dopo anni di divieti e raggiungere la quota di produzione precedente, e dunque riprendersi spazi nel mercato internazionale. Sullo sfondo, Riad non teme semplicemente di perdere fette delle proprie esportazioni, ma si pone (come l’Iran, d’altronde) sulla questione con un approccio ideologico: i due paesi sono rispettivamente il riferimento politico-culturale dei due mondi dell’Islam, sunniti e sciiti, e concorrono per giocare la propria influenza geopolitica nella regione mediorientale. Mosca avrebbe dovuto ammorbidire le posizioni iraniane secondo gli intenti sauditi, visto il buon ascendente che la Russia ha sull’Iran (alleato storico), ma questa volta “non siamo stati invitati”, ha commentato alla vigilia del vertice il viceministro dell’Energia russo, Anatoly Yanovsky: evidentemente a Riad, da dove si muovono le dinamiche dell’Opec (nonostante il nuovo ministro del Petrolio Khalid al Falilh abbia annunciato una politica meno assertiva a accentratrice) non hanno gradito il fatto che i messi del Cremlino non siano riusciti a far cambiare idea all’Iran dopo l’intesa preliminare di febbraio.

LO STALLO DEI 50

Ma c’è anche una volontà strategica condivisa, o una necessità ad adattarsi: “Il prezzo è rimbalzato in maniera piuttosto significativa, e la questione di un congelamento della produzione non è più rilevante”, ha commentato il ministro dell’Energia russo Alexandr Novak. Nessuno vuole muoversi per paura di subire perdite di mercato. È lo stallo dei 50, ossia un prezzo del greggio che “non è abbastanza alto da permettere alle economie petrolifere di evitare la crisi, con tutte le sue conseguenze politiche e geostrategiche, e non è talmente basso da costringere i Paesi produttori a mettere da parte i contrasti e allearsi per la salvezza di tutti”, scrive Anna Zafesova, inviata a Mosca della Stampa citando un’analisi fatta dal Financial Times, che aggiunge: “In Russia le brutte notizie ormai non fanno nemmeno discutere: solo ieri il quotidiano d’affari Vedomosti ha rivelato che, per la prima volta in quasi dieci anni, le vendite dei farmaci sono crollate del 10%, segno che i russi ormai stanno risparmiando non sul superfluo, ma sull’indispensabile”. Gli stress test previsti dalla Banca centrale di Mosca due anni fa erano tarati sui 60 dollari al barile, figurarsi che due settimane fa s’è festeggiato perché per la prima volta nel 2016 sono stati superati i 50, e questo ha un peso enorme se si considera che la spesa statale russa (e dunque il consenso politico del Cremlino) è vincolata per una grande percentuale alla vendita di materie prime, per primo il petrolio, di cui i russi sono i secondi produttori al mondo; le stime dicono che per andar bene per le casse russe ci vorrebbe qualcosa meno di 96 dollari al barile, un miraggio per adesso. Anche per questo il Cremlino, nonostante la retorica continua, spera nell’abolizione delle sanzioni internazionali legate alla crisi ucraina. Piccoli passi potrebbero essere fatti con la revisione degli accordi di Minsk, e già alcuni paesi europei come la Germania hanno mostrato aperture (letture trasversali un po’ tirate: giovedì il parlamento tedesco ha votato una risoluzione per riconoscere il genocidio armeno, facendo infuriare la Turchia, nemica russa).

LA STRATEGIA ATTENDISTA

Magari non sarà proprio che “l’Opec è tornato”, come ha detto Barkindo in conferenza stampa, ma la nomina è una segnale di intesa dicono i reporter della Bloomberg, che hanno registrato anche un ammorbidimento tra Arabia Saudita e Iran, i due grandi capofila di tutte le spaccature. Restano tuttavia problemi enormi, con paesi membri come la Nigeria (insieme al Venezuela, politicamente crollato nonostante conservi le più grandi riserve del pianeta, alla disintegrata Libia, all’Algeria, all’Iraq, un campo di battaglia), che subiscono pesantemente la situazione dei prezzi attuali: Abuja per esempio è stata costretta a ridurre le produzioni a causa della guerra che squarcia il paese al nord, dove il gruppo combattente islamista Boko Haram s’è trasformato in una provincia dello Stato islamico. L’Iran cerca di accaparrarsi tutto quel che può, l’Arabia Saudita non aumenterà le produzioni ma prova ad ampliare il suo fitto portafoglio clienti (da qualche settimana anche in Polonia, rubando Varsavia ai russi) approfittando dei prezzi bassi che dovrebbero frenare gli shale americani e muovendo le trame da una posizione di vantaggio, gli altri paesi inseguono e cominciano a pensare che lo status quo e la linea attendista per il momento siano la strategia migliore. Anche se gli analisti considerano l’impennarsi dei prezzi legato agli incendi in Canada, nelle zone di produzione, e al blocco nigeriano, dove i baghdadisti colpiscono gli oleodotti in un modo del tutto analogo a quello visto in Libia, non potendo controllarne i traffici, per recare danno allo stato. Una prospettiva a breve termine, dunque, e poco conta introdurre il Gabon, quattordicesimo stato nell’organizzazione.

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