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La Federal Reserve, dopo aver pompato il costo del denaro negli Stati Uniti al 5,50%, ha dato inizio alla svolta, con taglio secco di 50 punti base. Una manovra forte, quasi d’urto, ma che i mercati si aspettavano e che rimette le due principali banche centrali mondiali, la Bce e la Fed, sulla stessa scia (qui l’intervista all’economista Marcello Messori). E così, alla fine, dopo tanta attesa, il Fomc, il braccio operativo della Fed, ha azionato il freno d’emergenza.

Gli auspici del mercato e degli investitori, che hanno accolto la decisione con euforia (Piazza Affari ha aperto a +0,5%) erano comunque tutti in quella direzione. Poche ore prima che il Fomc si riunisse, secondo il Financial Times, il 64% degli operatori finanziari già si attendeva una sforbiciata al costo del denaro dello 0,50%. E pensare che questa ipotesi era quasi svanita la settimana scorsa e poi aveva riguadagnato terreno. Fino a tre giorni fa erano addirittura maggioritarie le attese di un taglio da 25 punti base. Evidentemente per Jerome Powell deve essersi convinto che i tempi sono maturi.

“È un segno della nostra fiducia”, ha spiegato in conferenza stampa il presidente Jerome Powell, il quale ha aggiunto che non è una dichiarazione di vittoria sull’alta inflazione. La Fed ha di conseguenza rivisto al ribasso tutte le previsioni per i tassi futuri: per fine anno la mediana delle indicazioni dei singoli governatori punta al 4,25-4,50%, corrispondente a ulteriori riduzioni per 50 punti base. Un altro punto potrà essere tagliato l’anno prossimo.

Le aspettative di mercato di lungo periodo sono infatti concordi nel ritorno all’obiettivo del 2% dell’inflazione, dopo una lunga fase in cui hanno ondeggiato a un livello un po’ più alto: il timore della banca centrale era quello di aspettative ancorate a livelli più elevati dell’obiettivo, con il rischio molto concreto di una ripartenza dell’inflazione. Le misure di mercato risentono però di fattori diversi, compreso il premio al rischio e il premio di liquidità, mentre le misure basate su sondaggi, e relative a un orizzonte temporale più vicino, continuano a indicare prezzi surriscaldati.

La conseguenza immediata di questa nuova fase, più aggressiva di quanto anticipato, sono le nuove previsioni espresse dai dots, dalle singole indicazioni dei governatori. La mediana ora punta, per il 2024, al 4,25-4,50%, pari a una riduzione di altri 50 punti; per il 2025 al 3,25-3,5% corrispondenti a un taglio di un altro punto; e per il 2026 al 2,75%-3% (altri 75 punti base), che dovrebbe essere il punto terminale di questo ciclo, confermato per il 2027. In coerenza con queste proiezioni, il tasso di lungo periodo è stato leggermente aumentato al 2,75%-3%. La Fed, ha confermato Powell, continuerà a prendere le sue decisioni sulla base dei dati e senza seguire un percorso predefinito.

Ma per il momento la banca centrale americana esce dal suo ciclo di inasprimento, con il favoloso atterraggio morbido teorizzato dallo stesso Powell che è arrivato. Eppure non sono in pochi negli Usa che profetizzano ancora la prudenza. Cautela legata al fatto che l’incremento dei salari orari è in realtà ancora rapido negli Usa: +3,8% ad agosto, sia pure al termine di un lento e prolungato rallentamento delle retribuzioni. Se un aumento superiore all’obiettivo, dopo la lunga fiammata dei prezzi, è benvenuto, tutto ciò rischia di mettere in discussione (salari più alti, più domanda, prezzi più su) in futuro la politica monetaria della Fed. Ancora una volta.

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