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Il governo Tusk III è al lavoro da meno di un mese. Eppure, la stampa europea non esita a concludere: la Polonia è nel caos. Un’enfatizzazione giornalistica? Forse. Ma l’arresto di Kaminski e Wasik, prelevati dalle stanze del Palazzo presidenziale, ha provocato un vero e proprio terremoto.

Soffermandoci sul punto centrale del nuovo corso polacco, tenendo conto che lo scontro ad alta intensità tra le due Polonie (entrambe riflessi e prodotti dell’esperienza di Solidarność) potrebbe sfociare in un addio definitivo alle dinamiche, alle rivendicazioni e ai retaggi della stagione post-comunista, oppure in un’anaciclosi delle forme politiche. Da capire ora quanto gli eventi dell’ultimo periodo incideranno sulle elezioni europee, ergo sulla centralità o meno di Varsavia nello schema euro-atlantico. Infine, la nuova Polonia, europeista e pronta ad abbracciare tout court la tabella di marcia dell’Ue, risentirà dell’attrito tra Duda e Tusk? Il governo riuscirà a portare a casa il piano di riforme? Con Piotr Buras, capo dell’ufficio di Varsavia dell’Ecfr (European Council on Foreign Relations), abbiamo cercato di rispondere a questi interrogativi.

Caso Kaminski–Wasik. Al di là dei risvolti penali e del profilo giuridico della vicenda, che non spetta a noi affrontare, quali sono le conseguenze e il risultato politico di questa storia?

Tanto per cominciare, entrambi gli ex ministri che hanno prestato servizio nel governo PiS sono stati condannati a due anni di carcere da un tribunale indipendente per un grave abuso di potere avvenuto più di 15 anni fa. Le autorità statali hanno non solo il diritto, ma anche l’obbligo di eseguire le sentenze. Invece, il presidente Andrzej Duda ha offerto loro di nascondersi nei suoi locali in modo che potessero evitare la punizione. Una cosa inaudita! Ma questo scandalo è solo la conseguenza di un tema molto più grande e complesso: vi sono due realtà costituzionali. Il presidente e l’opposizione si attengono a regole e leggi diverse rispetto al governo. In pratica, un colpo di stato anticostituzionale messo in atto dal governo PiS negli ultimi otto anni.

Le basi del sistema politico e giuridico sono state distrutte, non esiste un’istituzione statale indipendente che godrebbe di autorità oltre le linee di divisione dei partiti. Il presidente Duda ha violato più volte la costituzione e si è opposto a qualsiasi riforma che porterebbe al ripristino dello stato di diritto. L’attuale scontro, riguardo all’arresto di Kaminski e Wasik, non fa altro che aggravare questa crisi. Sarà molto difficile superarla.

Donald Tusk ha annunciato una serie di riforme (tutela delle minoranze, diritto all’aborto, transizione ecologica, riforma della giustizia) per integrare concretamente la Polonia nell’azione dell’Unione Europea. C’è molto scetticismo al riguardo, soprattutto a causa del “freno istituzionale” chiamato Andrzej Duda. Il governo di Tusk rischia uno stallo nell’attuazione dell’agenda politica?

Sì, Duda può bloccare qualsiasi provvedimento legislativo (ad eccezione della legge di bilancio) attraverso il potere di veto. E Tusk non è nella posizione per aggirare questo ostacolo. Alcune riforme possono essere introdotte senza modifiche legislative, ma la gran parte di queste no. Ciononostante, è improbabile che Duda si opponga alle politiche del governo in tutti gli ambiti, oltre quelli istituzionali e ideologici (come la rimodulazione della legge anti-aborto). Non bloccherà le misure sociali, e potrebbe rendersi persino disponibile a collaborare con il governo sulla nuova legislazione dei media. Insomma, non c’è un’opposizione totale.

L’interesse di Duda, nonostante la comprovata lealtà verso il suo partito di riferimento, va oltre il nucleo centrale dell’elettorato del PiS, così come il suo appeal politico. Non vuole perderlo. Solo mostrandosi ben disposto a soluzioni compromissorie e assumendo un atteggiamento moderato, può aspirare ad assumere la guida di un ampio campo conservatore in grado di vincere le elezioni, e sembra che questo sia il suo obiettivo principale dopo il 2025. Anche se, l’esacerbarsi del conflitto sul sistema giudiziario può limitarne il margine di manovra.

I media tedeschi sono i più pessimisti. Ipotizzano, addirittura, una crisi di Stato proprio a causa dello scontro insanabile tra vecchio e nuovo ordine, tra un passato (forse mai passato) recentissimo, sovranista e al contempo economicamente europratico e politicamente euroscettico, e un presente che sembra adagiarsi sulla traiettoria tracciata dall’Ue, e secondo molti critici da Berlino. Cosa ne verrà fuori dall’elezioni europee e come la Polonia si presenterà all’appuntamento elettorale?

Questa spaccatura è già molto accentuata. Giovedì scorso il PiS ha organizzato una grande manifestazione, a Varsavia, con 50-100.000 partecipanti, e in questa occasione Jaroslaw Kaczynski, ha accusato il governo Tusk di far parte di un complotto franco-tedesco per porre fine all’indipendenza della Polonia. Siamo difronte a una retorica radicale e aggressiva, buona solo a far leva su una minoranza della popolazione polacca. Il 75% dei cittadini che hanno partecipato alle elezioni parlamentari di ottobre (ricordiamo l’affluenza alle urne da record) lo hanno fatto per rifiutare, non abbracciare, questo livello di polarizzazione. Perciò, hanno votato per la destituzione del PiS. Diciamo che acuire le divisioni potrebbe rivelarsi una buona strategia per mobilitare lo zoccolo duro dell’elettorato sovranista in vista delle prossime elezioni locali (aprile) ed europee (giugno). Kaczynski preme per un consolidamento del partito sulla base di una distanza ideologica netta e definita, e lavora ogni giorno per radicalizzare le posizioni antagonistiche del suo partito rispetto alla nuova offerta politica promossa dal governo Tusk.  Ma credo che non sarà un piano vincente. L’elemento preoccupante, invece, riguarda il lessico anti-europeista del PiS, in un Paese in cui il sostegno all’adesione all’Unione Europea è molto elevato (85-90%), ma dove molti sono sensibili e poco tolleranti verso i capisaldi della propaganda europeista (politica climatica e migratoria in particolare). E il PiS sta cercando di sfruttare questo tallone d’Achille. Quindi, il dibattito sulla presenza polacca in Ue si farà sempre più acceso e polarizzato. È un nuovo capitolo nella nostra avventura europea.

Su quale fronte, in politica estera, il governo di Donald Tusk intende differenziarsi dal suo predecessore?

Intravedo molta continuità. La vittoria dell’Ucraina nella guerra contro la Russia è l’obiettivo di tutta la Polonia, della sua società e della sua classe politica. La nostra sicurezza dipende dall’esito del conflitto. La Nato e l’apprendistato con gli Stati Uniti sono indiscutibili. Tusk metterà fine all’ostilità nei confronti dei nostri partner dell’Europa occidentale, soprattutto la Germania, e incrementerà il suo impegno in una maggiore cooperazione con i Paesi nordici e baltici. E, cosa non meno importante, il nuovo governo non sarà né disposto né in grado di strumentalizzare i fallimenti dell’Ue in una politica interna come ha fatto l’esecutivo precedente. Sarà interessato a lavorare sulle soluzioni dei problemi dell’Ue e presentarli anche come propri successi. Contemporaneamente difenderà gli interessi nazionali della Polonia. Tusk non è un federalista europeo o un utopista, bensì un politico estremamente pragmatico e con i piedi per terra. Un partner affidabile ma non facile.

C’è un’ulteriore variabile, potenziale fonte di destabilizzazione. Se dovessero trionfare il fronte sovranista in Europa e Donald Trump in America, come cambierebbero i rapporti bilaterali tra Washington e Varsavia?

Il ritorno di Trump nello Studio Ovale sarebbe un disastro per la Polonia, ben al di là delle relazioni bilaterali. Esso rappresenterebbe una grave minaccia per la sicurezza nazionale, poiché Trump è un nativista imprevedibile. Sono molto meno preoccupato per l’esito delle elezioni del Parlamento europeo: il centro reggerà. Mentre il voto americano avrà conseguenze molto più drastiche per l’Europa, addirittura potrebbe diventare un vero e proprio punto di svolta, anche conferendo maggiore potere al mercato. Tusk e Trump rappresentano sistemi valoriali differenti e non ci sarebbe una buona intesa tra i due. Ma nel caso in cui l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa dovesse indebolirsi sotto Trump, Varsavia sarebbe costretta a rintracciare accordi bilaterali con Washington ad ogni costo. Spero che Tusk e gli altri leader europei sfruttino i prossimi mesi per preparare l’Ue a un simile scenario. Altrimenti si rischia la rottura del blocco.

 

 

Tusk sarà un partner affidabile per l'Europa. Parola di Buras (Ecfr)

Di Giulia Gigante

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