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Il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, ha detto che se la Russia dovesse decidere di invadere l’Ucraina orientale la riposta sarà “risoluta” attraverso “misure economiche dall’elevato impatto”: Mosca “pagherà un prezzo enorme” perché verranno emesse sanzioni “dalle quali finora ci eravamo astenuti”. La dichiarazione è dura, arriva da un contesto particolare come il vertice Nato di Riga e mentre quel centinaio di migliaia di soldati russi al confine ucraino non si ritira, ma lascia anche ampi spazi di mediazione: “Una strada diplomatica c’è”, ha detto l’americano.

Aspetto fondamentale: Blinken non minaccia una risposta militare, che sarebbe automatica secondo l’Articolo 5 se l’Ucraina facesse parte dell’Alleanza Atlantica. Discorso questo che invece, nonostante i vari appelli di Kiev, resta ancora al palo dopo oltre dieci anni, e che per il Cremlino è un punto fermo necessario per andare avanti in qualsiasi genere di colloquio con l’Occidente. Per certi versi una rassicurazione.

Le ragioni per cui il capo della diplomazia di Washington evita toni più forti sono anche contingenti e riguardano innanzitutto l’incontro odierno con l’omologo russo, Sergei Lavrov: i due si sono parlati a margine del summit Osce di Stoccolma. “Il modo migliore per evitare la crisi è la diplomazia, ed è quello che non vedo l’ora di discutere con Sergei”, ha detto Blinken prima di chiudere le porte del bilaterale. “Il segretario Blinken – si legge in un comunicato del dipartimento di Stato – ha discusso dell’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e dei movimenti militari nei pressi del confine tra i due Paesi. Blinken ha ribadito l’appello degli Stati Uniti alla Russia perché ritiri le sue forze e torni a un atteggiamento pacifico, nel rispetto degli accordi di Minsk e del cessate il fuoco nel Donbas”.

L’incontro potrebbe essere un preliminare per un nuovo vertice tra Joe Biden e Vladimir Putin. Quest’ultimo è tornato sull’argomento Ucraina e pare che stia alzando la posta anche per arrivare a un vis-à-vis con l’americano. Qualcosa di simile era successo in primavera, con i russi che avevano ammassato anche in quell’occasione truppe lungo il confine per poi scegliere una de-escalation proprio dopo il faccia a faccia Biden-Putin di Ginevra, a giugno.

Il russo bluffa dunque? In parte: arrivare a un incontro con l’americano sarebbe già un successo da raccontare secondo la propria narrazione (qualcosa come: Washington davanti alle minacce cede, ci incontra e accetta le nostre richieste). Putin vuole garanzie scritte affinché la Nato non rafforzi il proprio posizionamento a Est – il presidente russo dice di essere in grado di rispondere a qualsiasi mossa militare, ma evidente la sindrome di accerchiamento parte del confronto costante, storico sull’essere all’altezza dell’Occidente.

Secondo Foreign Affairs “dal punto di vista del Cremlino, se il territorio ucraino deve diventare uno strumento contro la Russia al servizio degli Stati Uniti, e l’esercito russo conserva la capacità di fare qualcosa al riguardo, allora l’uso della forza è un’opzione più che valida”. Difficile in questo momento un’azione diretta comunque: una guerra convenzionale è costosa e rischiosa. E il rischio principale è di perderla, sia sul campo (certamente meno probabile) che sul piano del consenso interno. Le attività ibride come le operazioni psicologiche in atto, con cui la Russia induce destabilizzazione in Ucraina, hanno invece maggiore possibilità di successo a lungo andare. Inoltre nell’immediato permettono a Putin di riconfermare la sua immagine di leader in grado di guidare il potere russo nel mondo.

In mezzo dimostrazioni come l’annuncio, tramite il batka Aleksander Lukashenko, di nuove esercitazioni al confine tra Bielorussia e Ucraina programmate per i prossimi due mesi. Manovre condotte dai russi, che a sud di Minsk hanno già schierato batterie Iskander-M (missili tattici a potenzialità nucleare). Mosca dimostra che la Russia Bianca è casa propria; porta Lukashenko a una dichiarazione forte – la Crimea “è russa de facto e de jure” – che lo ha reso vulnerabile economicamente davanti all’Ucraina; induce immagini evocative a tutti gli ucraini scontenti e indebolisce la leadership di Kiev; instiga i separatisti; rassicura i fedeli del regime. O almeno prova a centrare tutti questi obiettivi.

E però il rischio che tutto questo si trasformi in uno stillicidio se non costante, periodico, c’è, e si porta dietro la possibilità che possa essere negativo anche per Mosca. Anna Zafesova e Giuseppe Agliastro sulla Stampa definiscono la situazione con il termine “game of chicken”, configurazione della teorica dei giochi. Chi esce prima dal confronto fa la figura del pollo, nel senso di codardo; se non se ne esce si rischia l’eliminazione reciproca, in questo caso il conflitto; uscire insieme è una consolazione magra che però si presta alla narrazione dei campi.

Nell’ultimo caso tutti potrebbero definirsi vincitori, e anche per questo Kiev chiede un colloquio diretto con Mosca. Ma forse è presto. L’Fsb, l’agenzia di intelligence federale russa, ha fatto sapere oggi di avere arrestato 3 agenti dei servizi segreti ucraini che stavano raccogliendo informazioni su infrastrutture strategiche sul Mar Nero. Secondo quanto riportato dai media del Cremlino, erano pronti a organizzare attacchi e sabotaggi “terroristici” contro la flotta russa basata a Sebastopoli (in Crimea) e contro la rete energetica e delle comunicazioni nella penisola.

Nei giorni scorsi la presidenza ucraina aveva annunciato di aver scoperto un tentativo di golpe guidato dai russi. Sia in questo che nel caso delle spie ucraine è difficile trovare il confine tra realtà e propaganda. Il Cremlino ha dichiarato “una minaccia diretta” per la Russia la volontà di Kiev di riprendersi la Crimea. La penisola era stata annessa da Mosca dopo un referendum molto contestato (per organizzazione e per risultati) avvenuto nel 2014 quando già una campagna di invasione ibrida russa era in corso sul territorio crimeano.

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