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Il processo per redigere la legge che riformerà il mercato digitale, il Digital Markets Act (Dma), procede spedito. Oggi i membri della Commissione del Parlamento europeo per il mercato interno hanno votato a schiacciante maggioranza per la nuova bozza firmata da Andreas Schwab (Cdu/Ppe), rivista e informata dagli ultimi accordi presi a Strasburgo.

“Grandi notizie!” ha twittato la Commissaria europea per la concorrenza, Margrethe Vestager, recente protagonista di uno scontro sul futuro delle Big Tech europee; “il voto di oggi […] ci porta un passo più vicino all’adozione del Dma. Un passo più vicino a un mercato tech libero, equo e competitivo dove tutti gli attori hanno la possibilità di farcela”.

Il testo dovrà essere approvato dal Parlamento in forma plenaria a dicembre. Nel mentre i ministri degli Stati membri adotteranno un loro testo il prossimo giovedì. La sintesi tra le posizioni del Parlamento e del Consiglio Europeo che emergeranno avverrà nei primi mesi del 2022, sotto la presidenza francese dell’Ue, e si può star certi che Emmanuel Macron, in corsa per le elezioni di aprile, vorrà intestarsi una vittoria regolatoria entro quella data. Tanto più che la Francia è uno dei Paesi europei più propensi a scontrarsi con le Big Tech americane.

È proprio in quello scontro potenziale che si posizionano le paure su entrambe le sponde dell’Atlantico, adesso più inclini alla collaborazione su tecnologia e commercio (ne è dimostrazione l’esistenza stessa del Trade and Technology Council). A inizio novembre la Casa Bianca ha inviato una lettera alle capitali europee e alla Commissione con una serie di richieste sul Dma e le sue caratteristiche – tempi di attuazione, obblighi, sanzioni e diritti di consultazione per le autorità della concorrenza non Ue, come riporta Politico.

Da parte europea si sono visti sforzi per limare le intenzioni di Schwab, che sembrava intenzionato a proporre una definizione di gatekeeper – ossia un’azienda dominante, in posizione di manipolare il mercato a proprio favore – in cui sarebbero rientrate solo le grandi aziende tech americane. Vestager ha spinto per criteri come un fatturato nell’Area economica europea di almeno 6,5 miliardi di euro negli ultimi tre anni, un valore di mercato globale superiore a 65 miliardi, almeno 45 milioni di utenti europei e almeno 10.000 “utenti attivi”.

Questi limiti sono abbastanza bassi da far rientrare anche alcune realtà europee come l’olandese Booking. Alcune ci rientreranno presto, come la tedesca Zalando, che diventerebbe un gatekeeper solo nel giro di un paio d’anni, mentre la cinese ByteDance (TikTok) è ben lungi dal rientrare nella definizione.

È stata questa complessità a portare i redattori del testo a prevedere poteri aggiuntivi per la Commissione europea, che potrà comunque designare come gatekeeper delle aziende che strettamente non lo sono (o non lo sono ancora) sulla base di un’indagine di criteri anche qualitativi, come dimensione, posizione di mercato ed effetti di rete. Agenzia Nova riporta anche che gli europarlamentari avrebbero “proposto la creazione di un ‘Gruppo europeo di alto livello dei regolatori digitali’ per facilitare la cooperazione e il coordinamento tra la Commissione e gli Stati membri nelle loro decisioni di applicazione”, oltre a regole per aumentare i poteri di ispezione delle autorità nazionali.

Probabilmente le definizioni rimarranno il punto di contenzioso più delicato tra Consiglio e Parlamento: decidere come rimaneggiare le definizioni capendo quali aziende rientreranno in quelle finali. A Strasburgo i parlamentari della Commissione per il mercato interno hanno convenuto dei limiti più alti, ossia 80 miliardi di giro d’affari globale di cui almeno 8 in Europa – una definizione che con ogni probabilità si applicherebbe solo alle Big Tech americane. Anche la multa per inadempienza è stata rivista al rialzo, fino al 10% del fatturato annuo globale. Washington – da cui dipendiamo a livello tecnologico – osserva.

Parlamento europeo Vastager Schwab Dma

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