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Populismo, sovranismo e giustizialismo. In questo triangolo delle Bermude sono crollati i partiti della Prima Repubblica, sono affondati governi di ogni colore e connotazione, sono state distrutte intere classi dirigenti, sono nate nuove formazioni (mediante matrimoni forzati) sulle ceneri dei vecchi partiti, è sorto dal nulla un movimento all’insegna di collaudate parolacce e di slogan iperbolici come “uno vale uno”, si è consumata la crisi del potere giudiziario vittima della propria insana contiguità con il potere politico, si è sviluppato un attacco senza precedenti all’Europa comunitaria accusata di ogni misfatto ai danni dei popoli, si è svuotato di competenze il potere legislativo, è stata mortificata ogni forma di rappresentanza e di mediazione sociale, è esplosa la rivoluzione digitale come strumento di pressione e di condizionamento popolare. Ora, illudersi che il governo di Mario Draghi possa con una bacchetta magica cancellare questo passato ingombrante, è chiedergli davvero troppo.

Anche perché è difficile immaginare che populisti e sovranisti possano convertirsi a pratiche democratiche e liberali nel volgere di una notte, mentre l’Europa ha bisogno di tornare a credere nella stabilità di un Paese terremotato da trent’anni. Tanti se ne contano, infatti, dall’inizio della rivoluzione di Mani Pulite (1992). Trent’anni sono davvero tanti. Ci sono già intere generazioni che non hanno conosciuto né MoroBerlinguer. E neppure Craxi e De Mita. Come non sanno assolutamente nulla di De Gasperi, Nenni, Saragat e Togliatti. Con ogni probabilità credono che la politica si faccia con un clic, che un comico di professione possa da un momento all’altro diventare uno statista e che in fondo l’arte di governare sia un’estensione del Grande Fratello Vip. Con l’aggravante che pure i Vip non esistono più, salvo essere un prodotto effimero della società della comunicazione.

Ecco perché è sbagliato chiedere troppo a Draghi. Infatti si continua a strologare sulle conversioni europeistiche dei populisti e dei sovranisti all’italiana, ma non ci si interroga abbastanza sulla persistenza delle pulsioni giustizialiste che per trent’anni hanno messo benzina nei motori di quelle due onde che hanno catturato milioni di consensi, facendo dell’Italia un caso internazionale: primo Paese occidentale governato insieme da populisti e sovranisti, poi retto dai populisti alleati anche col diavolo (la vecchia sinistra) pur di restare a galla, e infine spettatore della caccia al voto dei  “responsabili”. Almeno quest’ultimo brutto capitolo ci è stato risparmiato e il presidente Mattarella ha potuto lanciare un segnale di serietà a tutte le cancellerie, europee e internazionali. Per questo in tanti hanno letto nella nascita del governo Draghi il segnale di un ritorno alla normalità occidentale, attraverso il suo incardinamento nell’Europa e nel Patto Atlantico, dopo le sirene del putinismo, del chavismo, delle democrazie illiberali e del dragone cinese.

Ma qualcosa forse è mancato nelle parole di Draghi: una condanna definitiva del giustizialismo eversivo e un ritorno prepotente e convinto al garantismo repubblicano. Ovvero, una censura del giustizialismo come forza di sovversione del sistema politico, del suo farsi e divenire arma politica al servizio dei nuovi padroni. Con quella ambiguità, tutta italiana, che ha consentito lo strapotere di alcune Procure e falsato, in più occasioni, la dialettica democratica. Al punto che già oggi ci si chiede, con costernazione, quando i riflettori della magistratura si rivolgeranno verso il governo Draghi. Il solo affacciarsi di questa domanda, la dice lunga sulla malattia non ancora curata del nostro sistema. L’illusione di poter guarire dal giustizialismo superando a piè pari il populismo e il sovranismo può rivelarsi un incubo a occhi aperti. Solo un’esplicita e convinta accettazione del garantismo da parte di tutti i competitori politici nell’arena italiana ci potrà definitivamente rassicurare. Quella sarà la prova del nove dell’effettivo superamento della lunghissima e altamente controversa stagione del populismo e del sovranismo all’italiana.

Se mai la Quarta Repubblica sorgerà, dopo l’inevitabile scomposizione e ricomposizione delle forze politiche, non potrà non essere garantista. Altrimenti saremo condannati ad altri traumi politici di matrice giustizialista.

Populisti e sovranisti, è ora di abbandonare il giustizialismo

L’illusione di poter guarire dal giustizialismo superando a piè pari il populismo e il sovranismo può rivelarsi un incubo a occhi aperti. Solo un’esplicita e convinta accettazione del garantismo da parte di tutti i competitori politici nell’arena italiana ci potrà definitivamente rassicurare. L’opinione di Domenico Delle Foglie

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