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Immersa in una serie di dossier che toccano inevitabilmente gli interessi statunitensi, Ankara è un’altra delle potenze della regione del Medio Oriente allargato che guarda con interesse Usa2020. Alleato scomodo quanto strategico, la Turchia è uno dei Paesi su cui i sentimenti tra gli apparati americani sono più controversi, anche alla luce del confronto in atto all’interno del mondo sunnita — dove i turchi sono su un lato opposto (di interpretazione dell’Islam, ma anche di interessi politici e geopolitici) del blocco formato dai paesi del Golfo più l’Egitto.

La Turchia certamente indebolita dalla forte crisi economica nazionale, aggravata dal pandemia, si ritaglia, non solo a parole, sempre più importanza al di fuori del Paese. Dalla Libia alla Siria, dalla Somalia al Caucaso, dalla Palestina al Mediterraneo orientale, Recep Tayyp Erdogan agisce, apparentemente indisturbato, mescolando nazionalismo e islamismo, estremizzando il concetto di competitività nell’era della globalizzazione, con l’obiettivo di porre il Paese della mezzaluna tra i principali player in un nuovo ordine mondiale”, spiega a Formiche.net Giovanna Loccatelli, giornalista freelance che da oltre un decennio vive tra il Cairo e Istanbul, in libreria col suo ultimo libro, L’Oro della Turchia, Rosenberg&Sellier.

Loccatelli cita come paradigma della Turchia di Erdogan il recente scontro con la Francia, dove il presidente turco ha cercato di tenere alto il livello di una polemica in cui “la difesa dell’Islam è funzionale all’affermazione degli interessi geopolitici, di Ankara e all’espansione della sua influenza nella regione”.

“In questo scenario appena descritto, si è predisposti a pensare che se Joe Biden (il contender democratico, ndr) sarà eletto, la politica americana nei confronti della Turchia cambierà e sosterrà l’Unione europea nell’esercitare pressioni diplomatiche su Erdogan”. E se fosse confermato Donald Trump per un secondo mandato? “I rapporti tra Erdogan e Trump — risponde Loccatelli — sembrano buoni. Trump si è anche astenuto dallo scontrarsi con Erdogan sulla questione della guerra nel Nagorno-Karabakh, dove le forze turche stanno combattendo a fianco dell’Azerbaijan. Insomma, Trump e Erdogan, nemici e amici, a seconda dei propri interessi nazionali”.

È possibile alla luce di queste considerazioni dire che una sconfitta di Trump lascerebbe la Turchia più isolata? “È possibile. L’oro della Turchia dipenderà e non poco da queste elezioni, il cui esito non è per nulla scontato. È chiaro che poi dipenda altrettanto dalle mosse di Erdogan nello scacchiere geopolitico: il presidente turco ha perso consensi al suo interno proprio a causa della crisi finanziaria ed oggi ha bisogno, più che mai, di risorse, soldi, e credibilità per poter continuare a vedere luccicare il suo oro”, chiude Loccatelli.

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