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È fuor di dubbio che l’uscita dalla crisi economica del nostro Paese dipenderà molto dalla realizzazione degli investimenti infrastrutturali, capaci di creare lavoro, sostenere la produzione e modernizzare il Paese. Realizzarli è condizione necessaria ma non sufficiente perché possa dirsi, sempre e comunque, che essi sono nell’interesse generale. Così come non lo sarebbe, rammentando Keynes, pagare lavoratori disoccupati per scavare buche e farle poi riempire. Insomma, ogni opera va valutata in sé.

All’inizio degli anni Duemila, venendo all’energia, l’Autorità di regolazione magnificava entusiasticamente l’elenco di ben quindici progetti di metanodotti e rigassificatori, con una capacità di circa 110 miliardi di metri cubi necessari, a suo dire, ad allargare il mercato, diversificare le fonti, rafforzare la concorrenza. Opposizioni d’ogni sorta, faciloneria se non spregiudicatezza nel formulare i progetti e recessione post-2009 che ha dimezzato i consumi previsti hanno fatto sì che di quei quindici progetti ne siano stati realizzati appena tre.

Un danno al Paese? Assolutamente no. Perché se quelle infrastrutture fossero state realizzate sarebbero oggi utilizzate (lo scrissi su Energia in tempi non sospetti), ancor meno di quanto lo siano quelle esistenti (poco più del 50%), mentre i costi graverebbero ugualmente, per i meccanismi regolatori, sulle nostre bollette.

La realizzazione di nuove infrastrutture energetiche deve, dovrebbe, quindi soddisfare alcune specifiche condizioni. Essere, in primo luogo, utili al Paese in una logica di interesse generale e di lungo termine. Quel che può dirsi, ad esempio, per gli investimenti programmati da Terna, controllata dallo Stato, per favorire l’integrazione delle risorse rinnovabili nel sistema elettrico; per quelli realizzati dai privati per la realizzazione di merchant line elettriche di interconnessione con Paesi confinanti o per la costruzione di reti di ricarica per veicoli elettrici.

Secondo: aver ben chiaro chi paga. Se sono i privati a farlo addossandosene i rischi di mercato, nulla osta, fatto salvo il rispetto delle normative ambientali. Ad esempio per il gasdotto Tap che dovrebbe veicolare il metano dall’Azerbaigian, realizzato da un consorzio di imprese private (tra le quali Bp) e pubbliche (tra le quali Snam). Il Paese disporrà di un’altra fonte di approvvigionamento, mentre sarà il mercato a giudicare della sua convenienza economica. Quindi: perché no? Altro discorso è se il rischio degli investimenti dovesse ricadere sui consumatori qualora si dimostrassero errati e poco convenienti, magari classificati dall’Autorità di regolazione come “essenziali”, come accaduto in più casi. La costruzione di altri gasdotti col fondato rischio che i consumi di metano calino, anche di molto se si attuerà l’European green deal, sarebbe cosa da evitare. Come accaduto in passato con la costruzione di centrali a ciclo combinato costate miliardi e miliardi di euro e poco o nulla utilizzate.

Terza condizione: che le nuove infrastrutture siano funzionali agli obiettivi del Piano integrato energia e clima (Pniec) al cui rispetto siamo vincolati con l’Unione europea. A tal fine sarebbe opportuno avvalersi di meccanismi – che non si riducano ai soliti sussidi – in grado di spingere le imprese a realizzare investimenti di interesse generale dei quali vi è carenza, come nel caso dello sviluppo delle reti di distribuzione del metano o nella costruzione di una rete di ricarica dei veicoli elettrici o del gnl per trasporti pesanti. Obbligandole a investire con le concessioni loro assegnate o subordinando altre attività alla loro realizzazione. Come avviene negli Stati Uniti ove, se un’impresa elettrica vuol realizzare un nuovo MWe (megawatt elettrico), deve dimostrare che è più efficiente dal punto di vista energetico e ambientale di un MWe risparmiato.

Conclusione: le infrastrutture, come le buche, non devono farsi a prescindere e non è vero, come qualcuno ha stoltamente sostenuto, che ogni nuova infrastruttura, gasdotto o rigassificatore, sia benvenuta. Lo è se soddisfa alcune precise condizioni.

Infrastrutture energetiche? Solo a tre condizioni. Scrive Alberto Clò

È fuor di dubbio che l’uscita dalla crisi economica del nostro Paese dipenderà molto dalla realizzazione degli investimenti infrastrutturali, capaci di creare lavoro, sostenere la produzione e modernizzare il Paese. Realizzarli è condizione necessaria ma non sufficiente perché possa dirsi, sempre e comunque, che essi sono nell’interesse generale. Così come non lo sarebbe, rammentando Keynes, pagare lavoratori disoccupati per scavare…

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