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L’adozione di un sistema obbligatorio e uniforme di etichettatura nutrizionale viene considerata come una battaglia cruciale nell’Unione Europea le cui basi riposano sul mercato unico. In un’Europa a 27, con scambi commerciali crescenti nel mercato agroalimentare si fa strada la necessità di basare le politiche comunitarie e le raccomandazioni pratiche su parametri concreti e uguali in tutti gli Stati membri. Ma se la necessità è impellente, la discussione rischia di creare più problemi di quelli che può risolvere. Nel settore agroalimentare, Francia ed Italia si contendono la leadership: non a caso, i due Paesi hanno creato i due modelli di etichettatura nutrizionale ad oggi presi in considerazione in sede Ue.

L’IDEA DI FONDO DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Attualmente, la responsabilità di analizzare la composizione e la qualità nutrizionale dei prodotti alimentari ricade sui consumatori, con una serie di squilibri tra gli Stati membri, liberi in un settore non armonizzato di attuare legislazioni nazionali. Tra gli obiettivi della Commissione Europea, quello di garantire ai consumatori gli strumenti per essere in grado di trovare facilmente il cibo adatto a loro e di fare affidamento sul fatto che i criteri sottostanti delle rispettive etichette siano conformi alle loro scelte alimentari. Una etichettatura nutrizionale europea comune rispetto alla qualità nutrizionale di un prodotto, contribuirebbe (nell’ottica della Commissione) a migliorare la salute pubblica e le abitudini alimentari, nonché a ridurre ed evitare la crescente crisi globale della salute pubblica delle malattie legate all’alimentazione. Se l’idea di fondo è lodevole, la sua trasformazione legislativa risulta più complessa. Due i modelli che cercano di imporsi: il modello francese Nutri-Score e quello italiano Nutrinform.

FRANCIA E ITALIA LEADER DEL SETTORE AGROALIMENTARE

L’industria agroalimentare è uno dei settori faro dell’economia italiana con un fatturato che nel 2018 ammontava a 140 miliardi di euro. Se la gastronomia francese è stata senza dubbio una delle prime ad espandersi ed a ottenere riconoscimento nel mondo per il suo prestigio e la sua raffinatezza, quella italiana può vantare ad oggi il maggior numero di prodotti Dop e Igp, per non parlare delle migliaia di Stg, Specialità tradizionali garantite. Nel settore agroalimentare, Francia ed Italia si contendono la leadership non solo europea, ma anche internazionale.

IL MODELLO NUTRISCORE ALLA FRANCESE

Nutri-Score utilizza un algoritmo per valutare gli alimenti con scala da A a E, assegnando punti positivi per contenuto di proteine, frutta e fibre e punti negativi per grassi saturi, zuccheri e sodio. Il verde scuro e la lettera A sono assegnati ai prodotti con la migliore qualità nutrizionale, mentre l’arancione scuro e la lettera E sono assegnati ai prodotti con la più bassa qualità nutrizionale. Nutri-Score è stato oggetto di critiche da diversi punti di vista, in particolare sull’applicabilità rispetto alla dieta mediterranea. I critici del consumo eccessivo di carne sottolineano come l’algoritmo del sistema potrebbe attribuire gradi più positivi ai prodotti a base di carne a causa del loro contenuto proteico. I difensori della tradizionale “dieta mediterranea” dell’Europa meridionale sostengono da parte loro che Nutri-Score penalizza molti dei prodotti alimentari tradizionali, e particolarmente problematico risulta il trattamento di prodotti dell’eccellenza italiana quali olio di oliva, Parmigiano Reggiano o ancora i salumi.

LA CONTROPROPOSTA ITALIANA

La controproposta italiana Nutriform differisce sensibilmente da Nutri-Score e si limita semplicemente a comunicare i nutrienti contenuti in un prodotto rispetto ai valori giornalieri raccomandati. I suoi sostenitori sottolineano come questo approccio sia più adatto alle diete che integrano livelli ragionevoli di consumo di tutti i gruppi alimentari. Secondo alcuni sostenitori di Nutri-Score, tuttavia, l’alternativa italiana avrebbe un effetto protettivo della salute troppo blando. Ma a questa obiezione, si potrebbe tranquillamente rispondere che il punteggio Nutri-score non tiene conto della presenza di additivi o conservanti dei prodotti analizzati. Pertanto, un prodotto classificato A può contenere potenzialmente più additivi alimentari rispetto alla sua controparte classificata E.

UNA DIFFICILE INTESA, TENUTO CONTO DELLE DIVERSITÀ DEL SETTORE AGROALIMENTARE DEGLI STATI MEMBRI

L’osso principale della contesa è il modo in cui i sistemi Nutri-Score e Nutriform concorrenti registrano e promuovono prodotti alimentari “sani”. La scala Nutri-Score assegna punti negativi a grassi saturi, calorie, zucchero e sale. Allo stesso tempo, assegna punti positivi a frutta, verdura, proteine e fibre. Tuttavia, non tiene conto dei benefici del consumo di grassi e proteine, se fatti con moderazione.

In tal senso, l’alternativa italiana presenta una panoramica più sfumata e completa del valore nutrizionale di un alimento, conto tenuto dello storico patrimonio agroalimentare italiano. Piuttosto che classificare i prodotti alimentari come rossi/cattivi rispetto a verdi/buoni, il sistema italiano risulta più responsabilizzante, spingendo più delicatamente i consumatori a non eccedere nel loro consumo di prodotti di base ad alto contenuto di grassi come il parmigiano o il salame nel contesto della loro dieta generale. Si arriva così ad una situazione paradossale: se per la sua semplicità, Nutri-Score è senza dubbio più facile da leggere, tuttavia, la semplicità potrebbe trasformarsi in un tallone d’Achille inducendo i consumatori a evitare prodotti alimentari tipici della tradizione italiana e mediterranea e soprattutto salutari come l’olio d’oliva, spingendo potenzialmente il consumatore ad abbracciare scelte meno sane e più estreme, ma “verdi”.

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Vi spiego i lati nascosti del Nutriscore

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