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In questi giorni di crisi a Hong Kong, la Germania è finita nel mirino delle critiche per le posizioni piuttosto morbide espresse sull’atteggiamento della Cina. Il principio è quello che la cancelliera Angela Merkel sostiene ormai da anni come linea direttrice del rapporto tra Berlino e Pechino: gli investimenti possono favorire il dialogo. E quindi, nonostante la stretta di Cina su Hong Kong, gli investimenti, così come il dialogo, non si fermano.

Molti sono i critici di questa posizione tedesca, visibile anche dalla decisione di non decidere emersa dalla riunione dei 27 ministri degli Esteri dell’Unione europea di venerdì scorso. Come raccontato da Formiche.net, tra i maggiori critici c’è Andreas Fulda, senior fellow dell’Asia Research Institute all’Università di Nottingham e autore de libro The struggle for democracy in Mainland China, Taiwan and Hong Kong, che ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org chiedendo all’Unione europea di abbandonare la linea tedesca sulla Cina sostenendo che “il commercio ovviamente conta ma anche i valori europei devono essere difesi”.

Ma c’è anche chi critica la doppia morale tedesca. Tra questi, Ai Weiwei, artista dissidente cinese in esilio a Cambridge che, intervistato da Repubblica, ha elogiato il presidente statunitense Donald Trump (“Conosce bene la minaccia che ha di fronte. È un momento storico”) e rimproverato la Germania: “È la prima a beneficiare dei rapporti con il regime, poi in Europa vuole ergersi a paladina della moralità. Uno scandalo”.

Come spiegarsi quindi questo approccio della cancelliera Merkel? In ballo ci sono ovviamente ragioni industriali che legano i due Paesi. Basti pensare che venerdì il gruppo automobilistico tedesco Volkswagen (per il quale la Cina vale il 40% delle vendite globali) ha annunciato che investirà 2 miliardi di euro in due società cinesi del comparto dell’auto elettrica.

Ma l’unica motivazione. C’è, oltre a quella industriale, una partita politica. A luglio, infatti, iniziano i sei mesi di presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione europea. L’obiettivo di Berlino è diventare mediatrice tra Washington e Pechino, anche a costo di scavalcare gli altri 26 membri dell’Unione europea (Parigi, con cui sulla Cina molte sono le divergenze, compresa).

È sufficiente dare un’occhiata agli ultimi tweet del ministro degli esteri tedesco Heiko Maas — quello che prima della riunione di venerdì diceva “l’Ue è forte quando parla con una sola voce, anche con la Cina. Oggi ha rilanciato una terza via europea, equidistante da Stati Uniti e Cina, con la quale lavorare su clima e commercio. Nessun riferimento, invece, a diritti e libertà democratiche o al coroanvirus, ribadendo a parole il principio merkeliano secondo cui gli investimenti dovrebbero portare all’apertura cinese.

Soltanto un mese fa Maas spiegava che ci sono “grandi aspettative affinché la Germania assuma il ruolo di mediatore onesto” nelle sfide che attendono l’Unione europea, “dall’epidemia ai cambiamenti climatici, le relazioni future con il Regno Unito, la digitalizzazione e il bilancio dell’Unione”. E ancora: “La presidenza del Consiglio europeo richiederà un grande sforzo. La direzione è chiara: l’integrazione europea dev’essere rafforzata nel corso della crisi del coronavirus”, spiegava Maas, sottolineando che tuttavia “il Covid-19 porta a limitazioni pratiche” nello svolgimento della normale vita politica “a Bruxelles”, perciò sarà compito della presidenza tedesca “trovare il giusto equilibrio tra ambizione e obiettivi realistici”.

Nonostante queste premesse, però, Berlino non sembra intenzionata a rinunciare al summit Ue-Cina previsto a settembre a Lipsia con tanto di presenza del presidente cinese Xi Jinping. Per settimane è circolata nei palazzi europei la voce di un rinvio. Ora, invece, fonti europee raccontano a Formiche.net dei massicci sforzi di Berlino per non far saltare l’incontro. Un vertice che potrebbe sancire la vittoria a livello europeo della linea tedesca nell’approccio con la Cina, aumentando le tensioni tra Stati Uniti e Vecchio continente.

Ecco come la Germania cerca di mediare tra Usa e Cina (scavalcando l’Ue)

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