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Probabilmente all’inizio della crisi l’uso del decreto legge in bianco, specialmente il primo, poteva essere giustificato, sia pure essendo in deroga a moltissimi principi della Carta, come reazione immediata di estrema urgenza, dice a Formiche.net Felice Giuffrè, ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università degli Studi di Catania e Tesoriere dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti.

Ma a due mesi dallo scoppio della pandemia, la proporzionalità e la ragionevolezza degli interventi contenuti nei Dpcm “stanno cominciando a scricchiolare”.

Se la presidente della Consulta Marta Cartabia ha ritenuto di sottolineare per la Carta la metafora della bussola, significa che qualcuno l’ha smarrita?

La Carta non contiene, per una specifica richiesta dei costituenti, una disciplina dell’emergenza al contrario di quanto avviene in altri Stati come Francia, Germania e Spagna. Ovviamente le emergenze non si possono eliminare, perché arrivano improvvise, quindi gli strumenti vanno ricercati nelle maglie dell’ordinamento. La Corte in passato si è occupata dei limiti nell’emergenza in casi circoscritti, ma qui siamo di fronte a un caso totale che coinvolge tutto il territorio nazionale sotto tutti i profili della nostra vita, sociale, economico e anche istituzionale (con riferimento alle difficoltà del Parlamento).

Quindi gli strumenti ci sono?

Il decreto legge e il Testo Unico sulla Protezione Civile. Nel corso degli anni la Corte ha elaborato alcuni principi sugli interventi inevitabilmente derogatori. Mi riferisco in primis ai principi dell’ordinamento giuridico come scritto in una sentenza del 1956. In secondo luogo la proporzionalità tra misura da applicare ed evento da fronteggiare: una forma di ragionevolezza anche in termini temporali e di contenuto delle misure.

Un errore l’uso e l’abuso del Dpcm anziché di un decreto legge?

Probabilmente all’inizio della crisi l’uso del decreto legge in bianco, specialmente il primo, poteva essere giustificato, sia pure essendo in deroga a moltissimi principi della Carta, come reazione immediata e di estrema urgenza dinanzi ad una emergenza che, inizialmente, mi sembra sia stata sottovalutata. Ma nel momento in cui l’emergenza si è stabilizzata e non è più una novità assoluta, sarebbe stata necessaria una maggiore prudenza.

Ma il Dpcm non è uno strumento più agile del decreto legge?

Certo, ma vorrei ricordare che il primo conferiva tale competenza al premier praticamente in bianco. Il secondo circoscrive gli ambiti in cui si può muovere, tuttavia a due mesi dallo scoppio della pandemia, la proporzionalità e la ragionevolezza di quelle deroghe stanno cominciando a scricchiolare.

Come poteva essere evitata la frizione nata per l’accesso alle celebrazioni eucaristiche?

Un profilo, questo, che mi sembra particolarmente grave e anche allarmante. A prescindere dal fatto che si possa essere credenti o meno, la libertà di religione e di culto è uno dei pilastri fondamentali dello stato democratico. Dalla libertà di culto, in fondo, deriva anche la libertà di coscienza. Tali rapporti sono regolati, come è noto, dagli articoli 7 e 19 della Costituzione e dai Patti Lateranensi. Per cui ci sono guarentigie ben precise e quindi un intervento così drastico, come è stato quello sulle Messe, con la giusta reazione della Cei, mi è sembrato fuori portata.

La Costituzione è stata bypassata dai “nuovi autocrati”, così come li ha definiti Giordano Bruno Guerri?

Rilevo che c’è in tale emergenza c’è stata una fortissima personalizzazione del premier, che ha determinato non solo una deroga dei normali rapporti istituzionali, ma anche una alterazione all’interno dell’esecutivo. Secondo la nostra Costituzione l’indirizzo politico dell’esecutivo non lo determina il premier ma il Consiglio dei ministri. In questi mesi, anche grazie all’uso di certa comunicazione politica, il premier ha inteso concentrare su di sé la responsabilità dell’indirizzo politico, salvo poi, in presenza di critiche rispetto alle misure adottate, ripararsi dietro le task force.

Lei è tra i firmatari dell’appello lanciato dal prof. Giuseppe Valditara per costruire la strada utile all’Italia dopo il contenimento sanitario del coronavirus. Le misure annunciate dal governo perché non sono sufficienti ad attutire le conseguenze economiche e sociali del lockdown?

È chiaro a tutti non solo che la crisi avrà una durata imprevedibile ma anche che non possiamo pensare di andare avanti per altro tempo ancora in queste condizioni, ma occorre ripartire. In Veneto, ad esempio, si è sperimentato l’utilizzo di test sierologici per consentire di avere un quadro di possibili contagiati. Inoltre, e torniamo al principio di proporzionalità e ragionevolezza nel rapporto fra Regioni e Stato, le misure della Fase 2 non tengono conto della regionalizzazione territoriale e del rischio epidemiologico differente. Le Regioni meridionali hanno reagito in modo efficace, contenendo il contagio: credo sia un passaggio che vada sottolineato, accanto al fatto che, di più di altre, rischiano le maggiori ripercussioni della crisi economica. Sarebbe conforme a quei principi richiamati dalla Carta e rievocati anche dalla presidente Cartabia, allora, consentire aperture differenziate e strategie tarate sulle diverse esigenze. Tutto ciò non c’è nella Fase 2.

twitter@FDepalo

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