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Su Instagram girano i video dei cittadini indiani che spaccano apparecchi elettronici cinesi: una protesta per quanto accaduto a Galwan, in mezzo all’Himalaya, dove al confine ufficioso tra India e Cina s’è consumato un incidente militare dall’enorme sensibilità geopolitica. Venti militari indiani sono morti, e ci potrebbero essere alcune vittime tra i cinesi. Le ricostruzioni seguite a quanto successo lunedì notte hanno dato ulteriori informazioni sulla vicenda: si parla di un contingente di 55 militari indiani aggrediti inizialmente da oltre 300 soldati cinesi.

Gli uomini dell’Esercito del popolo portavano con loro baionette di bambù e mazze chiodate. Hanno sorpreso i nemici con una spedizione punitiva. Era una vendetta: lo scorso weekend gli indiani avevano appiccato il fuoco a una tenda militare piazzata dai cinesi per marcare la presenza in un’area in cui gli indiani stanno costruendo una strada. La Cina considera proprio quel territorio. Molti dei morti sono caduti dai dirupi durante il corpo a corpo durato sei ore, nel buio; altri, feriti, non hanno ricevuto cure rapide e non ce l’hanno fatta a superare la notte in condizioni meteorologiche e di altitudine estreme (tutto è avvenuto sopra i cinquemila metri di quota).

“Siamo arrivati a questo punto perché dal 1962 a oggi Cina e India non hanno mai definito il confine che le separa lungo la catena himalayana, e la Line of Actual Control (la linea di demarcazione territoriale che divide in forma provvisoria, da anni, i due paesi. Ndr) viene costantemente superata da entrambe le parti per creare avamposti”, spiega a Formiche.net Giorgio Cuscito, analista, studioso di geopolitica cinese, consigliere redazionale di Limes.

Ci sono stati svariati scontri negli anni, anche per questo dal 1998 i militari girano disarmati. L’ultima scaramuccia prima di quest’anno risale al 2017, ma in quel caso non c’erano stati morti. Ora, le vittime cambiano in parte lo scenario. “Credo verosimile che sia stato un episodio accidentale – spiega Cuscito – ossia non determinato da una scelta tattica, nel caso di Pechino”. Per l’analista è possibile che sia stata una missione organizzata sul posto, un regolamento di conti tra contingenti locali, e non un’azione pensata per aprire un conflitto più allargato.

A testimonianza di questo, spiega “nell’ultima settimana Pechino e Delhi si erano messe d’accordo sulla necessità di appianare le divergenze e le tensioni che stavano montando nell’area (da maggio, ndr). Non c’era in programma di risolvere la situazione generale certo, ma un ritiro provvisorio dall’area sì. Poi è uscita la notizia, da parte indiana: invece la Cina non ha parlato di morti. E questo significa che Pechino non ha voluto calcare la mano sul nazionalismo”.

Perché? “La mia impressione è che stiano aspettando prima di fare annunci, perché i cinesi non vogliono alimentare il risentimento anti-indiano in Cina, hanno d’altronde altri problemi. Mentre in India succede l’opposto. Per esempio, Oppo (un’azienda di elettronica di Guangdong, ndr) ha dovuto sospendere la presentazione di un telefonino pensato per l’India per ragioni di sicurezza”. Ci sono state manifestazioni con cori anti-cinesi, in cui manifesti con il volto del segretario del Partito comunista cinese, il capo dello stato Xi Jinping, sono stati bruciati. La gente è scesa in strada a protestare nonostante le restrizioni collegate all’epidemia di SarsCoV-2 che sta ancora colpendo severamente l’India.

Il tenente generale HS Panag sull’Hindustan Times dice che è stata la “più grane umiliazione militare subita dall’esercito indiano”: un tarlo nella mente dei suo concittadini, già segnata dalla sconfitta del 1962. L’aspetto mentale sulle collettività ha un peso: l’India vive una sindrome di accerchiamento nei riguardi della Cina, accentuata dal coronavirus (per gli indiani è colpa dei cinesi) e fotografata in situazioni come quella dell’app che avrebbe permesso di cancellare tutti i software cinesi dai propri dispositivi (ne è stata poi bloccata la vendita, però quando già milioni di indiani l’avevano scaricata).

Il malumore tra i cittadini e la rabbia anti-cinese potrebbe essere un elemento che sposta il governo nazionalista indiano da una linea più classica, potremmo dire accondiscendente nei confronti della Cina. Ma non è detto: “Non penso che quanto successo, sebbene importante, possa alterare particolarmente i rapporti sino-indiani”, aggiunge Cuscito. “È vero – continua – che l’India si è ravvicinata notevolmente agli Stati Uniti e ai suoi partner regionali (come Australia e Giappone, con cui ha strutturato un’alleanza di intelligence. Ndr), ma Delhi nutre una generale diffidenza nei confronti di Washington per ragioni storiche”. Tant’è che, nonostante tutto, l’India non s’è allineata nelle denunce aggressive americane sul Covid contro la Cina.

Per l’analista gli scenari sono due: “L’India in maniera pacifica cerca di risolvere la situazione e magari accetta di abbassare la testa. Oppure Delhi questa volta si sposterà ancora di più verso gli Usa. Ma siccome penso che quanto accaduto sia stato una cosa accidentale, credo che si andrà oltre. D’altronde anche nella geopolitica cinese il rapporto con l’India è un elemento di certezza. Nessuna della due potenze è mai riuscita a scavalcare l’Himalaya. La Cina ha perso molto territorio altrove, ma la geografia locale del confine indiano è un fattore tutto sommato di equilibrio per quanto possa essere percepito come instabile”.

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