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L’infezione si è diffusa rapidamente. Con gli aeroporti vuoti e i voli ridotti all’osso sono arrivate le prime dilazioni sugli ordini di aeromobili, mentre l’interruzione di alcune attività produttive ha accelerato la prevista crisi di liquidità. Da Boeing ad Airbus, la crisi da Covid-19 non conosce rivalità e si muove su tutto il settore del trasporto aereo. Sono arrivate anche le nuove previsioni della Iata: a rischio 25 milioni di posti di lavoro (quanto l’intera popolazione australiana, per intenderci).

I TAGLI ALLA PRODUZIONE DI AIRBUS

“Alcuni mesi”. Tanto durerà la riduzione della produzione di un terzo annunciata ieri da Guillaume Faury, il numero uno del colosso franco-tedesco Airbus, decisione dovuta a “una situazione senza precedenti”. E così, Airbus produrrà 40 esemplari al mese del velivolo a medio raggio A320, venti in meno della situazione pre-pandemica, tra l’altro per l’aeromobile competitor del Boeing 737 Max, costretto a terra da oltre un anno dopo i due gravi incidenti che lo hanno coinvolto. Scenderà a due unità la produzione degli A330neo, e a sei quella del lungo raggio A350. A marzo, Airbus ha registrato 21 ordini netti e 36 consegne, a fronte di un totale per il primo trimestre di 290 ordini e 122 consegne.

MISURE DI CRISI

Ora, l’azienda ha annullato il piano annunciato a febbraio per la consegna di 880 aeromobili commerciali nel corso dell’anno. Insieme alla riduzione della produzione, è solo l’ultima delle misure “operative e finanziarie” messe in campo per fronteggiare l’emergenza, visto che, ormai da settimane, sono giunte diverse cancellazioni o dilazioni di ordini da molti vettori costretti con le flotte a terra (Ryanair ed EasyJet, solo per citarne due, hanno interrotto tutti i voli già da una decina di giorni). Già il 24 marzo, il gruppo ha deciso di cancellare il dividendo per il 2019 (1,80 euro per azione, pari a 1,4 miliardi di euro), annullando le previsioni di bilancio per il 2020 e annunciando il ricorso a una linea di credito elevata da 20 a 30 miliardi. Misure che si aggiungevano alla pressione sui governi di Parigi e Berlino, riportata dai media, per avere sostegno pubblico.

LA SITUAZIONE DI BOEING

Non se la passa meglio la rivale americana Boeing. Il ceo David Calhoun è arrivato al vertice a gennaio, trovandosi, con una staffetta rapida con Dennis Muilenburg, a dover gestire in pochi mesi una situazione già critica prima del Covid-19 in virtù della situazione relativa al 737 Max. Le due faccende si sono ora intrecciate. Secondo il Wall Street Journal, potrebbe slittare la ripresa delle attività sul velivolo annunciata qualche settimana fa. Lo stesso quotidiano riporta d’altra parte la recentissima cancellazione di un ordine per 75 Max da parte di Avolon Holdings, azienda che avrebbe rivenduto in leasing gli aerei alle compagnie cinesi. Le quaranta consegne complessive del mese di febbraio non promettono un miglioramento, tra l’altro per tre quarti dirette a vettori statunitensi.

AZIONI DRASTICHE…

Proprio dagli Usa, Boeing attende il supporto necessario ad affrontare la crisi. Risale a metà marzo la decisione di sospendere il dividendo, di estendere lo stop al riacquisto di azioni proprie già scattato ad aprile 2019 e di congelare gli stipendi per il ceo Calhoun e per il presidente del board Larry Kellner. Misure accompagnate da subito alla richiesta rivolta al governo americano per 60 miliardi di dollari per tenere in vita la catena di fornitura e pagare i dipendenti. Attualmente, spiegava Calhoun alla Cnbc, la disponibilità di 15 miliardi consentirebbe a Boeing di riuscirci per circa otto mesi.

… E IL SOSTEGNO DI TRUMP

L’amministrazione ha comunque offerto una sponda importante. Nel maxi pacchetto da 500 miliardi voluto da Donald Trump per le aziende a stelle e strisce, se ne prevedono trenta per le compagnie aeree (passeggeri e merci) tra garanzie dirette e garanzie per fidi bancari, così da garantire liquidità. Sono previsti inoltre 17 miliardi per le aziende definite cruciali per la sicurezza nazionale, formula che, per alcuni osservatori, sarebbe stata pensata proprio per Boeing. È così che i due rivali da sempre, avversi in molteplici round al Wto con accuse reciproche sul sostengo pubblico ricevuto, si trovano ora sulla stessa barca, remando convinti nella direzione degli aiuti da parte dei rispettivi governi. È d’altra parte solo il punto più evidente di una crisi che coinvolge l’intero settore del trasporto aereo e che, dallo stop dei voli, si diffonde dalle compagnie ai costruttori, passando per aeroporti e persino il più robusto settore della difesa (qui la previsione di Moody’s).

L’APPELLO DELLA IATA

A certificarlo, ancora una volta, è l’Associazione internazionale del trasporto aereo (la Iata, che riunisce 290 compagnie aeree) che ha rivisto (di nuovo in peggioramento) le stime per il settore. “In uno scenario di severe restrizioni di viaggio per tre mesi – spiega la Iata – si calcola che siano a rischio 25 milioni posti di lavoro tra aviazione e settori connessi”. A subire il colpo più duro sarebbe l’Asia e il Pacifico, l’area che registrava la crescita più forte, con il rischio di perdere 11,2 milioni di occupati. L’Europa ne perderebbe 5,6, il nord America 2. Per le compagnie aeree i ricavi annuali scenderebbero di 252 miliardi di dollari, -44% rispetto al 2019.

LA RICHIESTA AI GOVERNI

Ne discende il nuovo appello del numero uno della Iata, Alexandre de Juniac: “I governi devono urgentemente fornire risorse finanziarie alle compagnie; vuol dire assicurare loro di sopravvivere come business vitale che potrà guidare la ripresa quando saremo a quel punto”. La richiesta è la stessa da oltre un mese: supporto finanziario diretto; garanzie ai prestiti e sgravi fiscali. Un segnale (ben accolto da de Juniac) è arrivato martedì da Eurocontrol, i cui Stati membri hanno deciso di differire il pagamento di 1,1 miliardi di euro dovuti dai vettori per i servizi di gestione del traffico.

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